venerdì 1 maggio 2009

In memoriam di Arrigo Quattrocchi

Pubblichiamo qui un estratto dell'articolo di Stefano Catucci apparso su Il Manifesto un articolo sulla recente scomparsa del critico musicale Arrigo Quattrocchi:

Una sola volta, anni fa, Arrigo Quattrocchi mi confessò quanto la sua visione del futuro fosse condizionata da un'aspettativa di vita limitata. La malattia che lo avrebbe costretto su una sedia a rotelle gli impediva di immaginare progetti a lunga scadenza, il problema essendo semmai come vivere senza limitarsi semplicemente a sopravvivere, trovando nel presente la consistenza che gli era impedito di proiettare nel tempo. Come sempre ne parlava in modo asciutto, costringendo il suo interlocutore a misurarsi con l'oggettività. Per le emozioni, le passioni, c'erano altri momenti e altri campi. C'era la musica, naturalmente, e c'erano gli amici, moltissimi. Verso la musica e l'amicizia manifestava la stessa generosità, poiché se il tempo dato aveva l'evanescenza del presente, bisognava concederglisi senza riserve, investendovi energie che apparivano talvolta sovrumane. La tecnologia era per lui un'opportunità di autonomia ma anche di impegno sociale. Sapeva che farne uso gli era prezioso, ma faceva in modo che le prove di forza quotidiane contro le angherie imposte ai disabili nel nostro paese acquistassero un rilievo pubblico, fossero non l'espressione di un caso singolo, ma di una vita esemplare, quella di un apripista per i diritti altrui.

Non era incline ai compromessi, né di fronte alla violazione di un diritto né di fronte alla musica. Bisognerebbe rileggere le sue recensioni per capire cos'è una critica musicale moderna, analitica e costruttiva: pochi e sobri gli aggettivi, cronaca ridotta al minimo, giudizi rivolti al merito del fatto musicale ed espressi con nettezza. La sua base era il rigore dell'informazione, la conoscenza diretta delle partiture, una memoria d'ascolto solidissima, la capacità di riconoscere sinteticamente il senso di un'interpretazione, di coglierla in relazione a una matrice culturale complessiva che non considera la musica un mondo separato. Di qui il fatto che scrivere di musica, per Arrigo Quattrocchi, aveva immediatamente un valore politico. Lavorare per «il manifesto» è stato per lui il modo migliore di mettere in evidenza questo legame. Non la politica dell'impegno o delle ideologie, ma la politica che riguarda il rapporto con la memoria e con il presente, il modo in cui anche l'esecuzione di un'opera di repertorio rivela un punto di vista sull'attualità. Giuseppe Sinopoli, al quale è stato legato da una breve ma intensissima amicizia, aveva voluto conoscerlo dopo avere constatato che era l'unico critico italiano da cui un artista avesse qualcosa da imparare. Altri non sanno ancora quanto la memoria del loro lavoro dovrà, in futuro, al modo in cui Arrigo ha saputo leggerlo.

Un tratto di leggerezza e di delicatezza gli era connaturato e si rivelava anche nei gusti musicali, che privilegiavano sopra ogni cosa il canto e il senso del gioco. Preferiva Händel a Bach, nella musica del quale diceva con sarcasmo di sentire lo stesso «puzzo d'organo e d'incenso» che lo teneva a distanza anche da Bruckner. Ha vissuto con entusiasmo l'epoca della  Rossini Renaissance, impegnandosi in studi molto minuziosi da cui sono nati saggi di precisione pari alla loro densità. Il tutto senza presunzione professorale, senza fare distinzione fra l'impegno profuso negli scritti d'accademia, nella preparazione di edizioni critiche e nei suoi molti testi di carattere divulgativo, dai programmi di sala di quasi tutti i maggiori teatri e festival italiani a un libro come La musica in cento parole (Carocci, 2003). La parola «divulgazione» suona in realtà stonata: Arrigo non ha mai amato «la concezione gerarchica e forse anche paternalistica» di quella forma di trasmissione del sapere che si muove dall'alto verso il basso, «dal sapiente all'ignaro», come scrive in Di una e molte divulgazioni, in  Parlare di musica (a cura di Susanna Pasticci, Meltemi 2007).
E tuttavia il bisogno della divulgazione, in un paese che relega la musica in un ruolo assai marginale, gli appariva così urgente da coinvolgerlo in un progetto sperimentale all'Auditorium di Roma da cui è nato un testo del tutto antiaccademico, Viaggio nella musica (Musica per Roma 2006).
Rivolgendosi a un pubblico di adolescenti, esclude subito un orientamento nozionistico e parte dall'analisi di una canzone di Sanremo per tessere un filo che riporti il presente alle più antiche questioni della forma e del rapporto fra testo e musica. Arrigo Quattrocchi rivendicava la cura della lingua come «elemento centrale» del compito divulgativo, ma sulla qualità del lavoro non faceva distinzioni: nell'edizione critica della Jérusalem di Verdi, da lui realizzata nel 1999, o in un programma di sala come quello che nei primi anni '90 dedicò alla cantata Giovanna d'Arco di Rossini, c'è la stessa esigenza di esattezza che permea il piccolo, prezioso lessico della Musica in cento parole.
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