lunedì 25 febbraio 2008

Sulla prova generale di Salome al Regio...


Inauguriamo una rubrica in cui ci si può togliere il sassolino dalla scarpa a proposito di concerti, opere etc...


L'angolo del gatto Murr è uno spazio di promozione della discussione e della critica costruttiva!

Sabato sera ho visto al Regio la prova generale di Salome.
Il regista Robert Carsen parte bene, facendo di Salome un'adolescente dark che odia gli amici del padre e sa di avere in mano il capo carceriere Narraboth. Dopo avergli estorto a suon di moine l'assenso alla temporanea uscita dalla cisterna del profeta Jochanaan, intesse con lui il famoso dialogo tra sordi. Bravi i due interpreti e brava l'orchestra, tenuta a freno da Noseda che smentisce così la sua fama di fracassone.

Primo problema: perché, anziché uscire dalla cisterna, Jochanaan appare - sul suono dei corni - da uno sfondo dune-del-deserto-tipo-pubblicità-Francorosso, il quale si schiude alla vista dello spettatore grazie all'apertura della parete di cassette di sicurezza del caveau in cui il Tetrarca terrebbe stipate le sue ricchezze? E, detto tra parentesi, che senso ha custodire Jochanaan nella cisterna di un caveau? E poi, Erode e consorte erano dei gaudenti, degli scialacquatori: lì, fino alla pioggia d'oro (citazione colta di Carsen, che suggerisce il titolo della Liebe der Danae, tarda opera straussiana di cui alla relazione di Giangiorgio Satragni) che arriva quando Salome sta per formulare la sua richiesta, sembra di stare in un sotterraneo freddo in cui l'unico metallo è l'acciaio delle cassette di sicurezza.

Andiamo avanti. Narraboth si pugnala, abbastanza all'improvviso, quando vede Salome far la corte a Jochanaan. E vabbè, poveretto. Jochanaan torna in qualche modo nella cisterna e Salome vede attraverso gli schermi della parete di sinistra i genitori che straviziano coi loro amici al piano di sopra. Non male, come idea, non fosse che l'impatto visivo è molto ridotto. Un po' di opulenza, in questi casi, è davvero necessaria.

Tutta l'estraneità di Salome ai baccanali di Erode ed Erodiade viene però smentita quando entra in scena quest'ultima. Si veda con quanta poca convizione dice a Salome di non danzare e quanto gode quando, dopo la danza (oddio, danza... cfr sotto), Salome chiede la testa di Jochanaan. L'estraneità è invece assoluta fra Erodiade ed Erode: lei sembra Trudi, la moglie di Gambadilegno, e lui sembra un pappone anni cinquanta, smilzo e laido da far schifo. E questi sono - più o meno - i genitori. Veniamo agli amici. Dopo averceli nascosti per le prime due scene, Carsen si scatena: frequentatori di tabarin e drag queen, in un tripudio di soldataglia romana che va e viene, cameriere vispeterese abbigliate all'egizia e guardie giurate dalle divise un po' nazi (non tanto, ma un po' sì).

La danza dei sette veli non è una danza. Non so se il problema fosse l'interprete: la cantante è notevole, non so se proprio non sappia ballare. Sta di fatto che non balla. Fa un po' ridere che, quando il patrigno le chiede di ballare, l'adolescente dark sparisca per un paio di minuti e torni indietro tappata da sciantosa, con tanto di parrucca rossiccia che scaraventa a terra sullo zan-zan-bum finale della danza.
Dunque Salome non danza, ma si contorce malamente mentre intorno a lei i sette amici màscoli del padre si calano prima le sciarpe e poi le braghe in una scena di una goffaggine tale da prenotare l'estromissione anche dalla versione definitiva di Moana e i sette mandinghi. Meno male che ci sono le cameriere egizie (complimenti alla commissione casting) che, privatesi del top nella circostanza, camminano portando in giro vassoi pieni di bicchieri con un portamento di un'eleganza invidiabile.

Domanda: cosa ci fanno, tutti insieme, questo personaggi, dalle egizie ai romani, alle guardie giurate filonazi, alle madame gaddiane stravaccate su sedie barocche, ai travestiti che strambinano sui tacchi in un tripudio di bicchieri (vuoti) stile art-déco? E perché un uomo come Erode dovrebbe concedere alla figliastra di cui voleva spiare le curve la testa del profeta (la cui morte teme come null'altro al mondo) dopo che questa, anziché mostrargli le sue grazie, ha fatto sì che Erode
potesse rimirare i pingoni sguainati di sette suoi - di lui - coetanei?

Capolavoro finale. La scena di Salome con la testa del Battista DEVE essere un confronto drammatico fra lei e lui, fra la vita e la morte, fra il vizio e la virtù, fra il presente in cui sguazza Salome e tutta la razza sua e l'ipertempo in cui vive il profeta; in una parola, dev'essere il corrispondente del dialogo fra sordi dell'inizio. Devono essere loro due SOLI. Nulla di tutto ciò, Carsen satura la scena riesponendo la corte dei miracoli che banchetta chez Hérode. La testa
non arriva su un vassoio d'argento, come chiesto da Salome in quello straordinario momento in cui lei aspetta a formulare la richiesta, intrattenendosi sul supporto destinato ad accogliere l'oggetto; no,
arriva portata in mano da una delle baldraccone amiche del patrigno, che gliela mostra inseguendola con tutto il codazzo dei suoi amici. La testa cambia di mano un paio di volte, mentre Salome dice che intende baciarla etc etc, ma si tiene a distanza di dieci metri da essa. Prima di consegnargliela, come si fa con un osso spolpato a un cane randagio, gli amici di Erode la adoperano per uno scambio ludico, probabile omaggio all'odierna moda mediatica del rugby e del curling, poi - senza
motivo - si ritraggono in disparte e la lasciano finalmente baloccarsi.
La tensione della scena è azzerata, viene solo da ridere. E se una scena come quella fa ridere, vuol dire che la regia è da buttare.

Non è finita, perché dopo non aver mostrato il vassoio, Carsen fa altrettanto con gli scudi che dovrebbero schiacciare Salome. Lei s'incammina portando in cima alle mani tese la testa di Jochanaan: il caveau si schiude di nuovo sulle dune rosse, e lei sembra procedere verso la terra da cui veniva il Battista (pentita? illuminata? chissà); poi la parete si richiude e l'ordine di Erode, "Uccidete quella donna" diviene ambiguo: gli amici (non i soldati, se ricordo bene, ma confesso
che stavo ridendo) sembrano intenzionati a far la pelle non a lei ma ad a Erodiade, che li esorcizza col suo sguardo carico d'odio nel momento in cui cala la tela. Complicità madre - figlia? Mah, la dark teen dell'inizio mi pareva orientata diversamente.

Andate numerosi a vedere l'opera, che musicalmente vale davvero la pena, e fateci sapere cosa pensate della regia!


Me l'ha detto l'uccellino...

E... per sentir due campane si può anche leggere la recensione di Giorgio Pestelli, La Stampa, 28/02/2008.
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