martedì 5 giugno 2012

Cenerentola al bar


All’ora della colazione al bar non si parla solo di calcio, talvolta si parla anche di televisione: stamattina si discuteva sulla Cenerentola di Rossini andata in onda domenica e ieri sera su Rai 1. I commenti non erano entusiasmanti: molti avevano apprezzato la regia e le regie, qualcuno aveva trovato carino il soprano, ma all’unanimità si riteneva che i cantanti gridassero troppo. Grida in Rossini? Andermann e Verdone hanno molto manomesso l’opera apportando tagli e innesti: forse hanno creato un prodotto molto ingenuo e infantile, ma non hanno certamente fatto di Rossini un precursore del verismo o dell’espressionismo. Se nella Cenerentola si urla, cosa si fa a San Remo che in confronto ottiene cifre Auditel da capogiro?

Dalle pagine di «La Stampa» Alessandra Comazzi sostiene che l’evento sia stato poco preparato e che sarebbe stata necessaria una guida all’ascolto introduttiva utile a illustrare al pubblico la vita e l’arte di Rossini, nonché la storia delle regie sabaude e il lavoro di produzione (vedi qui e qui). Io non sono completamente d’accordo perché l’opera non deve essere ascoltata come un gravoso compito a casa, ma come un intrattenimento. Il problema è un altro. Le opere di Rossini sono il culmine della raffinatezza e del controllo artistico: anche quando i cervelli dei personaggi scoppiano, sono scossi da terremoti o da tempeste, e infine vanno a infrangersi contro gli scogli c’è una totale padronanza della situazione; il caos è fatto ad arte ed è tutt’altro che disordinato. Il canto di Rossini non è appassionato, è ancora guidato da una sensibilità settecentesca che non cerca di dare espressione ai moti del cuore ma di dare piacere all’orecchio. L’obiettivo ultimo del compositore è quello di ammaliare, di incantare l’ascoltatore producendo in lui un estremo piacere sensuale.

Chi guardando Cenerentola ha solo sentito degli scalmanati gridare non aveva bisogno di sapere chi fosse Rossini: aveva bisogno di una sensibilità diversa. Il senso del piacere inevitabilmente cambia nei secoli e non c’è niente di più difficile che spiegare perché una cosa è bella, perché piace. Raccontare in prima serata che nel primo Ottocento dame e cavalieri andavano in deliquio ascoltando Rossini sarebbe servito a qualcuno? Forse sì, forse no. E allora è tutto inutile? L’arte italiana per eccellenza, l’opera, sarà condannata a restare reclusa nei musei? Forse basta presentarla più spesso con leggerezza ma con buon gusto come in quest’occasione, evitando di esibire i cantanti come fenomeni da baraccone.

Lp.
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