martedì 1 dicembre 2009

Come un poeta scrive di musica: storia di un amore

Dieci anni fa il Corriere della Sera inaugurò una rubrica con la quale andava alla ricerca di "un consiglio d'autore sul libro, la musica, il film, l'opera d'arte da utilizzare come talismani di felicità".

L'8 agosto 1999 fu la volta del poeta Giovanni Raboni (1932-2004), celebrato autore de Le case della Vetra, al quale venne chiesto un articolo sul suo elisir. Di seguito uno stralcio, tratto dall'archivio storico del Corriere:

"Una musica, naturalmente. Ma quale? Un madrigale di Monteverdi? Una cantata di Bach? Una sinfonia di Mozart? Un quintetto di Schubert? Nessuno potrà mai indurmi a scegliere, fra le mille e una composizione che hanno nutrito e continuato a nutrire la mia esperienza del mondo, quella da anteporre a tutte le altre: "il mio", come sta scritto, "elisir"... Sarebbe come voler individuare, fra tutti i battiti del cuore che mi hanno fatto arrivare fin qui, il più indispensabile, quello che più di ogni altro mi ha tenuto in vita. Assurdo.

E invece un modo, forse, c'è; ma per arrivarci dovrò percorrere una strada lunga e magari un pò tortuosa sulla quale non sono affatto sicuro che qualcuno avrà voglia di seguirmi.

Si parte, tanto per cambiare, dalla guerra: la solita, quella del '40-'45. Fu durante la guerra, e per motivi ad essa angosciosamente connessi, che all'età di nove o dieci anni interruppi lo studio del pianoforte intrapreso qualche tempo prima per tenace volere di mia madre. L'interruzione doveva essere temporanea e fu definitiva.
Il bisogno d'un qualche concreto fare estetico - un bisogno che avvertivo sin da quando avevo acquistato una prima, embrionale consapevolezza di me - si riversò sulla letteratura, e il mio amore per la musica si trasformò in "amore da lontano", senza possesso né speranza di possesso, come quello cantato dai poeti medievali. Finita la guerra, tornati a Milano, cominciò il mio lungo apprendistato di musicomane passivo, dotato ormai soltanto - perduta per sempre quella di collaboratore in un modo o nell'altro alla sua "messa in atto" - della facoltà di ascoltarla, la musica, e di fantasticare all'inifinito su di essa. Per uno studente c'erano, per fortuna (spero ci siano ancora), parecchie possibilità di coltivare questa passione senza dover sostenere grandi spese.

La Società del Quartetto, costretta in quei primi anni postbellici a inventarsi sedi provvisorie (vi furono stagioni di concerti in un cinema appena costruito in viale Piave, altre in un vecchio cinema di corso Vercelli), offriva abbonamenti a prezzi speciali, e temo di averne approfittato anche oltre i limiti d'età stabiliti. E c'era il loggione della Scala, naturalmente, le volte che non si riusciva a trovar posto nel palco di qualche compagno di scuola particolarmente ricco [...]. E ci furono, un po' più tardi, i Pomeriggi musicali al Nuovo, di cui una cugina di mio padre, con la scusa di "farsi accompagnare", mi pagava l'abbonamento, e dove - sì proprio lì, in quel luogo oggi consacrato ai fasti di "Grease" - mi capitò d'assistere al debutto milanese d'un giovane, e a noi sconosciuto, Sergiu Celibidache...

Non è stato un problema, insomma, negli anni del liceo e dell'Università sfamarmi di musica dal vivo. I problemi cominciarono quando mi prese, in aggiunta, la smania di portarmele a casa, di averle in casa, di poterle sentire e risentire a mio piacimento (illudendomi cosi' , in un certo senso, di "possederle"), le musiche che via via scoprivo; cioè lo si sarà capito, di procurarmene delle riproduzioni discografiche.

[...]

E l'elisir? Ci sto arrivando. Quando si trattò, finalmente, di progettare l'acquisto del mio primo 33 giri, le esitazioni, i dubbi, l'impressione di dover compiere una scelta in qualche modo fatale, che avevano accompagnato fino a quel momento tutti i miei tormentati e gioiosi investimenti discografici, si fecero ancora più assillanti. Da dove cominciare, anzi: da dove ricominciare?

Continua sull'archivio storico del Corriere della Sera.

BS
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