martedì 22 aprile 2008

Concerto Lingotto della Russian National Orchestra: una recensione

All'angolo del gatto Murr approda la recensione della seconda parte del concerto tenutosi martedì scorso al Lingotto (Russian National Orchestra, Mikhail Pletnev direttore, Gidon Kremer violino: Sibelius Pelléas et Mélisande, Suite per orchestra op. 46; Concerto in re minore per violino e orchestra op. 47; Beethoven Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 Pastorale). Siete invitati confrontare le vostre impressioni con quelle del recensore!

E' la Sesta sinfonia di Beethoven quella diretta martedì 15 aprile da Mikhail Pletnev con la Russia National Orchestra all'auditorium del Lingotto. O forse sarebbe meglio dire reinterpretata in maniera piuttosto personale dallo stesso direttore, sia per le indicazioni agogiche inusuali sia per la conseguente struttura ritmico-armonica che ne è scaturita.

Fin da subito infatti ci si è resi conto dell'andamento atipico. L'inizio dell'esposizione del primo tema, volutamente lento per poi accelerare in maniera quasi spropositata per tutta la durata del movimento (nonché dell'intera sinfonia), non rende giustizia alla scrittura musicale. Un allegro ma non troppo si trasforma in un presto; alcune disarmonie tra gli archi provocano delle aritmie, benché il suono agile e pulito degli orchestrali sia privo di sbavature. Una velocità dunque fin troppo eccessiva: viene a mancare la caratteristica principale della dilatazione ritmica e della cantabilità melodica. L'entrata in scena dell'usignolo appare in ritardo, quasi che fosse arrivato lì per caso. Rispetto al precedente turbinare del movimento, la triade canterina dei volatili sfilaccia il discorso musicale.

Nella "Scena al ruscello" il dialogo tra i legni e gli archi dà luogo ad una contrapposizione imprecisa e tra i violini stessi risalta un gioco di domanda e di risposta che sembra aver poco del fraseggio beethoveniano. La tempesta: par di notare echi verdiani in agguato e anche un'immagine drammaturgica fin troppo eloquente e retorica (quei timpani dal suono tanto teatrale!), un crescendo (fin troppo) che sminuisce sempre più l'attesa del momento culminante, che dopo il fragoroso frastuono della tempesta appare privo di quella meraviglia che dovrebbe suscitare all'ascolto, poco incisivo e svuotato dalla precedente enfasi. Ponte tra il quarto e il quinto tempo: quelle note così lunghe provocano un senso di disagio, quasi di fastidio e l'arrivo subito dopo del canto pastorale non consola, non allieta l'animo ma anzi lo irrigidisce, procura ad esso un senso di smarrimento e di superficialità.
Roberto Casella
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