sabato 27 settembre 2008

Ballets Russes, cent'anni d'inquietudine

Sergio Trombetta,
TORINO

E’ tutta colpa della morte improvvisa del granduca Vladimir Aleksandrovic Romanov. Aveva autorizzato l’uso di scene e costumi del Teatro Mariinskij di Pietroburgo per organizzare una stagione di opere russe a Parigi nel 1909. L’anno prima, i parigini avevano scoperto, in delirio, il Boris Godunov di Musorgskij. Ma, morto il granduca, niente appoggi a Corte. E così Sergej Djagilev, grande intellettuale prima che impresario, ripiegò sul balletto.

Da una parte, meglio così. Altrimenti non avrebbero mai visto la luce i suoi Ballets Russes che debuttano al Teatro dello Châtelet nel maggio del 1909, cent’anni fra poco. E non sarebbero mai nati Les sylphides, Schéhérazade, Petrushka, L’après midi d’un faune, La sagra della primavera e tantissimo altro. E non sarebbe mai comparso sulla scena europea un fenomeno artistico durato dal 1909 al ‘29 (l’anno della morte di Djagilev) e destinato a imprimere una svolta fondamentale non soltanto alla danza, ma alla musica e all’arte. Un’avventura che coinvolse i più grandi musicisti dell’epoca. Per dire: Stravinsky, Ravel, Debussy, Prokof’ev, De Falla, Richard Strauss, Satie. Che sollecitò il talento dei massimi pittori. Per esempio: Picasso, Gonciarova, Larionov, Rouault, Bakst, Benois, Naum Gabo. Che permise di sviluppare il proprio estro coreografico a talenti come Fokin, Nizinskij, Massine, Bronislava Nizhinska, George Balanchine. Per non parlare di danzatori-mito come Anna Pavlova, Tamara Karsavina, ancora Nizinskij, Serge Lifar, Olga Spesivzeva.

Perché questa è la grande novità. Non più balletti che puntano a mettere in risalto il virtuosismo degli interpreti con brutte musiche e scenografie accademiche. Ma spettacoli dove la coreografia sta sullo stesso piano dell’aspetto artistico e musicale. Insomma, l’opera d’arte totale wagneriana servita in salsa ballerina. Questa novità scatena l’entusiasmo dei più brillanti intellettuali parigini, Cocteau, Proust, Reynaldo Hahn, Daudet, Misia Sert e Coco Chanel. Per non parlare, a Londra, delle patronesse che gravitano intorno al circolo di Bloomsbury. Parigi scopre la musica selvaggia delle danze polovesiane, il clima morbido e decadente dell’harem dove vive Zobeide circondata da odalische e schiavi pronti all’orgia. Ma non fu soltanto esotismo. Alla fine della Grande guerra, il vento delle avanguardie coinvolge anche Djagilev che chiama a collaborare Respighi, Poulenc, Rieti, Picasso, Balla, Marie Laudencin e Coco Chanel per i costumi.

Ora, per il centenario, partono le celebrazioni. Si è appena chiusa da Sotheby’s a Parigi una mostra intitolata «Danser vers la gloire, l’age d’or des Ballets Russes» con rari bozzetti e costumi. Per il prossimo gennaio sono in pista Roma e Firenze. All’Opera, Carla Fracci e Beppe Menegatti preparano Diagilev musagete Venezia, agosto 1929, ricostruzione danzata degli ultimi giorni di Diagilev con la partecipazione di Vladimir Vasiliev. A Firenze, Maggiodanza annuncia per il 15 gennaio una serata Fokin. Il Balletto di Toscana junior porta in tour il bello spettacolo Sulle tracce di Djagilev. Ma, soprattutto, all’Opera di Roma, ad aprile, Fracci & Menegatti firmano un festival che snocciolerà diciassette titoli, comprese rarità per l’Italia come Les biches e Le train bleu.

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