mercoledì 30 aprile 2008

Brahms, il serial killer di gatti

Johannes Brahms, sublime musicista ed orrendo torturatore di gatti. Questa doppia realtà è convissuta per oltre un secolo e solo ora uno studioso ha liberato il compositore amburghese dal marchio puntando il dito accusatore contro un altro eccelso, Richard Wagner, che sarebbe all'origine della antica leggenda metropolitana.
Brahms veniva accusato di tormentare gli animali e di raccogliere i loro lamenti in fine di vita per tradurli in note.
L'orrendo sospetto aveva trovato una incredibile sostegno decennio dopo decennio, fino ad arrivare ai nostri tempi, all'interno di un filone animalista propenso a credere che alla crudeltà umana non c'è limite.
Ora, dopo due anni di studi e di ricerche, il musicologo Calum MacDonald, un'autorità sul compositore, ha potuto mettere fine a queste dicerie che volevano Brahms un impenitente serial- killer di felini. Dalla ricerca è emerso anche che la fonte più probabile di queste accuse offensive era il rivale Richard Wagner che sembra esercitasse con successo le sue malevolenze ogniqualvolta parlava di Brahms.
Debolezze umane che la storia scritta dagli studiosi di musica aveva totalmente cancellato dato che nessuna della ventina di biografie del compositore viennese faceva riferimento a crudeltà del genere.
Debolezze invece ben registrate dalla storia vista dalla parte degli animali tanto che anche in un recente volume dal titolo'I gatti del mondo' l'autore, Desmond Morris, si è sentito in dovere di registrarle:»Il compositore odiava così tanto i gatti che li colpiva con frecce. Prendeva la mira dal suo appartamento di Vienna e, se dobbiamo credere a Wagner, dopo averli infilzati li tirava fin dentro casa, come fa un pescatore con la trota. E poi ascoltava con bramosia i rantolii delle sue vittime e riportava con cura su un taccuino le osservazioni.»
La leggenda metropolitana lanciata con malizia dall'avversario Wagner si è diffusa nonostante le cose che raccontava fossero, per i contemporanei, facilmente verificabili.
MacDonald nella sua accurata ricerca si è imbattuto nelle scorse settimane nel lavoro di James Hunecker, critico musicale del New York Times, che nel 1893, mentre Brahms era ancora in vita, aveva svolto indagini sulle accuse che circolavano e le aveva trovate infondate e aveva anche lui riscontrato che all'origine di tutto vi era il diabolico Wagner (fonte: ANSA).

originale--> http://www.guardian.co.uk/uk/2001/apr/12/highereducation.arts

lunedì 28 aprile 2008

Papageno tra i binari

Dallo scorso sabato 26 aprile fino al 25 maggio nella stazione Bundestag della metropolitana berlinese, su una linea dalla nuova faraonica Stazione Centrale alla Porta di Brandeburgo non ancora aperta, sarà possibile assistere a un'interpretazione peculiare del Flauto Magico di Mozart. La regia è stata firmata da Cristoph Hagel e gli interpreti sono i Berliner Symphoniker.
Come è stata interpretata questa favola affollata di simboli? Il regista, prendendo spunto dalla sede di rappresentazione, ha trasformato, per esempio, il cacciatore di uccelli Papageno in un punk che fruga tra la spazzatura; Pamina, invece di essere rapita, è sorpresa a viaggiare senza biglietto e arrestata da un poliziotto.
I biglietti si compreranno in tabaccheria?
Per un piccolo approfondimento e qualche immagine dell'evento clicca qui!

Liana
Püschel

sabato 26 aprile 2008

Musica per fare l'amore

L’ascolto tabù e... gli amori di Brahms

Estratto della relazione presentata dall’autore alla conferenza internazionale sull’ascolto “disattento”. Il testo completo, insieme ad altri saggi e ad articoli recenti, uscirà entro la fine dell’anno nel volume L’ascolto tabù, edito da Arcana.

Ci sono migliaia di lavoratori intellettuali che ascoltano la radio mentre lavorano. Notizie, commenti e discussioni, e musica: classica, jazz, world music, canzone d’autore, rock e pop. Questa pratica è considerata comune da chiunque. Però, quando mi capita di discutere l’uso della musica da parte dei giovani, e specialmente in ambiti accademici, se l’argomento è la popular music o il paesaggio sonoro (o “l’inquinamento musicale”), le prime cose che sento dire dagli altri partecipanti (che farei fatica a distinguere dalla folla di quei “lavoratori intellettuali che ascoltano la radio”) sono di questo tenore: «Sentono musica mentre studiano o fanno i compiti!», «Siete mai stati in quei negozi che frequentano? Con quel volume assordante?» «Escono, si mettono la cuffia, e vanno in giro, e prendono il tram ascoltando musica». Poveri adolescenti devastati!
Quello che mi affascina di più, però, è il modo in cui l’“attenzione” diventa il nucleo teorico di queste affermazioni. Forse perché è così difficile ottenere attenzione dagli adolescenti, da parte degli adulti. Quindi il problema è l’attenzione, ed è anche un problema musicale.
La musica è arte in quanto vi si presta attenzione, e il luogo canonico di questo comportamento adeguato è la sala da concerto. Adorno incombe. Di conseguenza, qualunque comportamento diverso da quello non merita neppure di essere discusso, se non per consegnarlo alla spazzatura della cattiva musica e dell’inquinamento musicale. È un tabù. In queste occasioni molte volte mi sarebbe piaciuto discutere di un altro tabù, che non è mai stato sospettato (davvero?) da questi “genitori musicologici”: il fatto che così tante persone, dall’adolescenza a un’età più che adulta (includendo i figli di quei genitori e – chissà? – i genitori stessi), ascoltano musica mentre fanno l’amore, durante rapporti sessuali.
Non so se esistano teorie o ricerche specifiche sull’argomento ma sono sicuro che esistono teorie “folk”. Mi ricordo di aver sentito più volte giudizi su album particolarmente adeguati allo scopo (sembra che The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd sia uno dei preferiti), e mi incuriosiscono i rapporti fra le implicazioni musicologiche e sessuologiche della durata di un album: forse il rock psichedelico e il progressive (con i loro pezzi o le suite che duravano un’intera facciata) erano amati proprio per questo? Cosa vuol dire “davvero” long playing? Le cassette (con l’autoreverse) hanno avuto successo per lo stesso motivo? […]
Di nuovo, dal sottofondo dei nostri pensieri, emerge la questione dell’attenzione. Che tipo di attenzione è, in questo caso? Ho sentito di musicisti (o, comunque, persone “musicali”) che potevano “farlo” con certi generi musicali, ma non con altri: ho trovato interessante che fra questi ultimi, insieme a esempi che avrei certamente potuto prevedere (come il Trio per archi di Webern, di adorniana memoria), alcuni includessero “tutta la musica di Bach”, aggiungendo che in quel caso la logica rigorosa dello sviluppo contrappuntistico era così avvincente da impedire di interessarsi ad altro.
Apparentemente, una testimonianza a favore della tesi che la musica esige un ascolto adeguato, quindi una conferma delle teorie di Adorno e un invito a evitare gli ascoltatori strutturali come partner sessuali. O, forse, una prova della validità della tipologia di Besseler, col sottinteso che in certe circostanze l’ascolto passivo (tipico della musica romantica) è più adatto del verknüpfendes Hören. O (chi può dirlo?) il suggerimento che per questo tipo di musica di sottofondo l’ascoltatore occidentale fa riferimento a un’enciclopedia semantica basata sui cliché della musica da film; e viene da domandarsi se una scena d’amore accompagnata dal Trio di Webern o da un canone delle Variazioni Goldberg in un film di grande successo potrebbe improvvisamente causare un cambiamento nelle preferenze del pubblico degli ascoltatori/amanti.
Franco Fabbri



I Sestetti per archi e gli amori di Brahms

[...] parliamo di un vecchio film di Louis Malle intitolato Les amants. La pellicola ha giusto cinquant’anni e racconta la storia d’amore di una ricca borghese, Jeanne Moreau, sconvolta dall’incontro con un giovane incontrato per caso durante un viaggio. Secondo Paolo Mereghetti il film rivisto oggi non è un granché, tuttavia Truffaut sosteneva che Malle avesse osato mostrare «la prima notte d’amore al cinema». Bisognerebbe chiedere a qualche esperto se Truffaut avesse ragione o meno, ma almeno un’altra dote capitale il film ce l’ha senz’altro. L’autore infatti ha indiscutibilmente scelto la musica migliore per esprimere l’ondata di sentimenti vissuti dalla protagonista nel corso della lunga scena d’amore al chiar di luna: il Tema con variazioni (Andante ma moderato) del Sestetto in si bemolle op. 18 di Johannes Brahms.
Sembra curioso che il musicista forse più condannato a reprimere i propri impulsi sentimentali abbia saputo invece, nella sua musica, esprimere il subbuglio interiore del suo cuore in forme imbevute di spirito classico, senza però congelare le emozioni in schemi rigidi e privi di vita. I due Sestetti per archi, che risalgono agli anni Sessanta e precedono i grandi lavori per orchestra, costituiscono forse i primi esempi di quel processo di rinnovamento della musica da camera che Brahms porterà avanti con successo nelle opere della maturità, trasformando il linguaggio di un genere ormai languente in un accademismo vuoto e retorico.
Malle comunque aveva visto giusto, scegliendo il Sestetto in si bemolle, perché la nuova maniera di sentire la musica di questa coppia di lavori dipendeva in qualche misura dal desiderio di esprimere un fondo di turbamenti erotici e sentimentali depositato nel fondo dell’anima del compositore tedesco. Non era tuttavia il primo quello più direttamente coinvolto negli amori del musicista, bensì il secondo, in sol maggiore. Il fervente tema secondario del movimento iniziale, infatti, è costituito da una serie di suoni che nella notazione tedesca formano la parola A-G-A-H-E, un riferimento nemmeno troppo nascosto al nome di Agathe von Siebold, il primo grande amore di Brahms.
Oreste Bossini

liberamente tratto da www.sistemamusica.it

martedì 22 aprile 2008

Concerto Lingotto della Russian National Orchestra: una recensione

All'angolo del gatto Murr approda la recensione della seconda parte del concerto tenutosi martedì scorso al Lingotto (Russian National Orchestra, Mikhail Pletnev direttore, Gidon Kremer violino: Sibelius Pelléas et Mélisande, Suite per orchestra op. 46; Concerto in re minore per violino e orchestra op. 47; Beethoven Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 Pastorale). Siete invitati confrontare le vostre impressioni con quelle del recensore!

E' la Sesta sinfonia di Beethoven quella diretta martedì 15 aprile da Mikhail Pletnev con la Russia National Orchestra all'auditorium del Lingotto. O forse sarebbe meglio dire reinterpretata in maniera piuttosto personale dallo stesso direttore, sia per le indicazioni agogiche inusuali sia per la conseguente struttura ritmico-armonica che ne è scaturita.

Fin da subito infatti ci si è resi conto dell'andamento atipico. L'inizio dell'esposizione del primo tema, volutamente lento per poi accelerare in maniera quasi spropositata per tutta la durata del movimento (nonché dell'intera sinfonia), non rende giustizia alla scrittura musicale. Un allegro ma non troppo si trasforma in un presto; alcune disarmonie tra gli archi provocano delle aritmie, benché il suono agile e pulito degli orchestrali sia privo di sbavature. Una velocità dunque fin troppo eccessiva: viene a mancare la caratteristica principale della dilatazione ritmica e della cantabilità melodica. L'entrata in scena dell'usignolo appare in ritardo, quasi che fosse arrivato lì per caso. Rispetto al precedente turbinare del movimento, la triade canterina dei volatili sfilaccia il discorso musicale.

Nella "Scena al ruscello" il dialogo tra i legni e gli archi dà luogo ad una contrapposizione imprecisa e tra i violini stessi risalta un gioco di domanda e di risposta che sembra aver poco del fraseggio beethoveniano. La tempesta: par di notare echi verdiani in agguato e anche un'immagine drammaturgica fin troppo eloquente e retorica (quei timpani dal suono tanto teatrale!), un crescendo (fin troppo) che sminuisce sempre più l'attesa del momento culminante, che dopo il fragoroso frastuono della tempesta appare privo di quella meraviglia che dovrebbe suscitare all'ascolto, poco incisivo e svuotato dalla precedente enfasi. Ponte tra il quarto e il quinto tempo: quelle note così lunghe provocano un senso di disagio, quasi di fastidio e l'arrivo subito dopo del canto pastorale non consola, non allieta l'animo ma anzi lo irrigidisce, procura ad esso un senso di smarrimento e di superficialità.
Roberto Casella

lunedì 21 aprile 2008

VI corso di iconografia musicale


Sala lauree della Facoltà di Scienze della Formazione
Università degli Studi di Torino
Palazzo Nuovo, 8-9 maggio 2008



SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
Istituto per i Beni Musicali in Piemonte
Via Anton Giulio Barrili 7
10134 Torino
Tel. +39 011 3040865 Fax 011 3190277
MODALITÀ D'ISCRIZIONE


Le domande di iscrizione corredate da Curriculum Vitae dovranno pervenire entro e non oltre il 30 aprile presso la sede organizzativa. La frequenza al corso e il rilascio del relativo attestato da parte della Regione Piemonte sono subordinati al pagamento di una quota pari a euro 30,00 su ccp n. 29519105 intestato a “Istituto per i Beni Musicali in Piemonte”. Per gli studenti del DAMS che certificheranno la regolare iscrizione al corso di laurea, la frequenza sarà gratuita.
 
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