martedì 4 marzo 2008

Immortalità e sue conseguenze

Il 21 febbraio abbiamo assistito alla dissertazione di Benedetta Saglietti su I ritratti di Beethoven nella letteratura e nell'arte” [link]. Riporto qui un schizzo letterario del compositore tracciato da Milan Kundera nel suo romanzo L’immortalità. In questi passi lo scrittore ceco individua in Bettina Brentano una delle responsabili della creazione del Beethoven mitologico, e considera le conseguenze e le interpretazioni di un particolare episodio della sua vita. iconografia beethoveniana

“Pare che Bettina avesse saputo questa storia direttamente da Beethoven. Nel 1812 il compositore era andato a passare qualche giorno a Teplitz, dove incontrò Goethe per la prima volta. Un giorno andò a fare una passeggiata con lui. Camminavano insieme per un viale delle terme quando improvvisamente davanti a loro apparve l’imperatrice con la famiglia e la corte. Vedendoli, Goethe smise di ascoltare quel che gli diceva Beethoven, si fece da parte sul margine della strada e si tolse il cappello. Beethoven invece si calcò ben bene il suo sulla fronte, aggrottò le folte sopracciglia, che crebbero di cinque centimetri, e continuò a camminare senza rallentare il passo. Perciò furono loro, i nobili, che si fermarono, si fecero da parte, salutarono. (...)
Nel 1838 [Bettina] fece pubblicare sulla rivista «Athenäum» una lettera in cui la storia era raccontata dallo stesso Beethoven. (...) Alcuni particolari provano che Beethoven non l’aveva mai scritta. (...)
Nel 1927, cento anni dopo la morte di Beethoven, la famosa rivista tedesca «Die literarische Welt» si rivolse ai più importanti compositori contemporanei perché dicessero che cosa significava per loro Beethoven. (...) E Ravel sintetizzò: non gli piaceva Beethoven perché la sua fama era fondata non sulla musica, che era palesemente imperfetta, ma sulla leggenda letteraria creata intorno alla sua vita.
La leggenda letteraria. Nel nostro caso si basa su due cappelli: uno è ben calcato sulla fronte sotto la quale si ergono le enormi sopracciglia di Beethoven; l’altro è nelle mani di Goethe che si sprofonda in un inchino. (...) Bettina aveva fatto sparire nel cappello di Beethoven (e questo certamente non lo desiderava) la sua musica. (...) L’immortalità ridicola è in agguato per tutti, e agli occhi di Ravel, Beethoven con il cappello tirato fin sulle sopracciglia era più ridicolo di Goethe che si inchinava profondamente.
Da ciò deriva che anche quando è possibile foggiare in anticipo l’immortalità, modellarla, prepararla, essa non si realizza mai come è stata progettata. Il cappello di Beethoven è diventato immortale. In questo il piano è riuscito. Ma quale sarebbe stato il senso del cappello immortale, non lo si poteva stabilire in anticipo".
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“Se dunque nel nostro quadro allegorico Beethoven avanza incontro a un capannello di nobili senza togliersi il cappello, ciò non può significare che i nobili siano degli spregevoli reazionari e lui un ammirevole rivoluzionario, bensì che coloro che creano (statue, poesie, sinfonie) meritano maggior rispetto di coloro che governano (sui servi, sui funzionari, su intere nazioni). Che la creazione è più del potere, l’arte più della politica. Che immortali sono le opere e non le guerre o i balli dei principi.
(Goethe del resto la pensava esattamente allo stesso modo, con questa differenza, che non considerava utile dar a conoscere ai padroni del mondo questa spiacevole verità quando erano ancora in vita. Era sicuro che nell’eternità sarebbero stati loro a inchinarsi per primi, e ciò gli bastava).
L’allegoria è chiara, eppure è universalmente interpretata in modo contrario al suo significato. Quelli che alla vista di questo quadro allegorico si affrettano ad applaudire Beethoven non capiscono affatto il suo orgoglio: sono per lo più persone accecate dalla politica, le stesse che preferiscono Lenin, Castro, Kennedy o Mitterrand a Fellini o Picasso.”

Milan Kundera, L’immortalità, Adelphi, Milano, 2001, trad. di Alessandra Mura (i passi sono tratti dalle pp. 94-95 e 227-228).
La grande quantità di puntini tra parentesi testimonia i severi tagli inflitti al testo per questioni di spazio. Spero che le parole riportate (e anche quelle omesse) valgano come invito per leggere questo romanzo e per continuare a riflettere sulla figura di Beethoven nella letteratura.

Liana Püschel


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