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martedì 22 dicembre 2009

Luigi Della Croce, Ludwig van Beethoven, la musica pianistica e da camera (L'Epos)

Luigi Della Croce
Ludwig van Beethoven, la musica pianistica e da camera
Palermo, L’Epos 2008, pp. 564, € 48,30

Fino a ieri non esisteva una guida all’ascolto altrettanto completa: oggi finalmente c’è. È infatti uscito per l’Epos il volume di Luigi Della Croce sulla musica pianistica e da camera beethoveniana, compendio al primo tomo del 2005 dedicato alla musica sinfonica e teatrale. Un’essenziale prima parte introduce ai generi trattati, la seconda affronta le composizioni una per una in ordine cronologico. Il pregio maggiore del testo è di condensare i caratteri essenziali delle opere in poche righe con riflessioni acute e puntuali rimandi alle interpretazioni tradizionali (per es. Cortot circa l’op. 78 o Schumann sul Rondò “per il soldo perduto”), con un occhio sempre attento alla letteratura scientifica internazionale (vedi la datazione del Preludio WoO 55 o dei piccoli pezzi per pianoforte “Lustig - traurig”). Nella prefazione l’Autore spiega cosa manca e perché: le composizioni abbozzate, quelle nel catalogo Hess, le trascrizioni, i canti popolari armonizzati da Beethoven. Per il resto c’è proprio tutto: anche i testi con traduzione a fronte di tutti i Lieder. Non sono presenti esempi musicali perché la guida è destinata a un pubblico di appassionati, ma non necessariamente di specialisti. Cura editoriale impeccabile.

Benedetta Saglietti 

Giornale della Musica, giugno 2009, p. 20

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sabato 10 ottobre 2009

Parlare di musica

a cura di Susanna Pasticci, con interventi di:
Valerio Magrelli, Anna Proclemer e Antonio Sardi de Letto, Giampiero Moretti, Arrigo Quattrocchi, Giordano Montecchi, Massimo Acanfora Torrefranca, Talia Pecker Berio e Cecilia Panti, Franco Pipierno, Giovanni Giuriati, Pierluigi Petrobelli e Antonio Rostagno, Stefano Zenni, Stefano Catucci, Silvia Boschero, Renata Scognamiglio, Luca Marconi, Susanna Franchi, Nicola Campogrande, Simone Caputo, Luca Signorini, Susanna Pasticci.

Per condensare un volume dalle tante facce, potremmo riassumere con Carver: di cosa parliamo quando parliamo di musica? Le molteplici risposte qui contenute sono offerte dalla curatrice del testo chiamando a raccolta ben ventidue contributors; impossibile menzionarli tutti.

Nella prima parte è al centro il rapporto tra musica e parola: viene lasciato il campo a un poeta (Valerio Magrelli), un’attrice e un pianista (Anna Proclemer e Antonio Sardi de Letto), e un estetologo, Giampiero Moretti, che ripercorre la storia della filosofia della musica partendo da Kant e Hanslick per giungere alle sue formulazioni più recenti (Peter Kivy).

La seconda sezione dà voce alle spiegazioni della musica: l’uso dell’ipertestualità per la trasmissione dei saperi musicali, nell’esperienza del portale ideato da Talia Pecker Berio, mentre la divulgazione è raccontata da Arrigo Quattrocchi, Giordano Montecchi affronta la crisi della critica; le guide all’ascolto (libretti di cd, programmi di sala, pubblicazioni destinate alle edicole) sono invece il tema di Massimo Acanfora Torrefranca.

Nel terzo e quarto capitolo è indagata la difficile scommessa del parlare di musica oggi, anche attraverso i mass media: le riflessioni vanno dalla diffusione della musica alla radio (Stefano Catucci), al jazz (Stefano Zenni), al teatro musicale (Pierluigi Petrobelli e Antonio Rostagno). Centrali i due interventi sulla TV, mezzo di comunicazione a volte sottovalutato dai musicologi, di Luca Marconi (inviti all’ascolto della televisione) e Susanna Franchi (come la TV ci fa vedere la musica). Infine sono i musicisti a scrivere di musica, da un lato l’esperienza del concertista (Luca Signorini), dall’altro quella del compositore Nicola Campogrande: è un po’ come entrare nella sua fucina creativa.

Tira le fila il saggio conclusivo di Susanna Pasticci parlare di musica,“per imparare a vedere abissi là dove sono luoghi comuni”, e il contenuto mantiene la promessa del titolo.

Benedetta Saglietti

lunedì 29 giugno 2009

Educazione musicale e Formazione, convegno del Saggiatore Musicale

Educazione musicale e Formazione, Giuseppina La Face Bianconi e Franco Frabboni (a cura di), Franco Angeli, Milano 2008, 511 p., 28 €

Come si fa a trasferire le conoscenze acquisite durante la formazione universitaria a un gruppo di giovani discenti nel sistema scolastico italiano? Un tale interrogativo ha accompagnato la lettura del volume “Educazione musicale e Formazione”, che raccoglie gli atti del convegno omonimo, svoltosi a Bologna dal 12 al 14 maggio 2005.

Concepito dai curatori come un «dialogo multidisciplinare tra musicologi, etnomusicologi, pedagogisti e pedagogisti della musica, esperti di didattica, psicologi, antropologi e musicisti», esso è costituito da cinque parti, che rispecchiano le diverse sessioni del convegno; si prende avvio da un’attenta riflessione sulle funzioni formative dell’Educazione musicale per passare alla discussione di un suo statuto disciplinare.
La parte centrale ruota intorno al dialogo fra Educazione musicale e Scienze dell’educazione, Educazione musicale e interdisciplinarietà, ossia intorno all’interazione di aree del sapere “altre” con la cultura musicale. Rispetto alle diverse parti svolgono una funzione di cappello le tre relazioni introduttive: Il cammino dell'Educazione musicale: vicoli chiusi e strade maestre di Giuseppina La Face Bianconi, in cui è esposto con chiarezza il problema fin dall'incisivo titolo, Esce il neoanalfabetismo, entra la musica di Franco Frabboni, Modelli storico–culturali dell'Educazione musicale di Paolo Gozza. Per limpidezza espositiva e lucidità analitica è degno di nota l’intervento di Umberto Margiotta dal titolo Interdisciplinarità: un'idea di Università nel secolo XXI e quello di Raffaele Pozzi Il compositore come educatore. La prospettiva pedagogica nei musicisti del Novecento. Stimolante è infine la sezione a conclusione del volume, Metodologie e Didattica dell'Educazione musicale, che condensa i risultati di varie esperienze e laboratori sul campo assurgendo così ad exempla.

Se il potenziale formativo dell’Educazione musicale non ha ancora trovato modo per esprimersi compiutamente, questo testo rappresenta l’attuale sintesi attendibile di quanto fatto sinora, e costituisce nel contempo un'ottima rampa di lancio per le sfide del futuro.

Marida Rizzuti

Sono online gli atti del Convegno "La musica tra conoscere e fare" (Bologna 16-17 maggio 2008) a cura di Giuseppina La Face Bianconi e Paolo Damiani clicca qui per leggere un estratto [sul sito del Saggiatore Musicale]

mercoledì 10 giugno 2009

Romualdo Marenco story

Luca Federico Garavaglia
Romualdo Marenco, la riscoperta di un pioniere

Ricerche biografiche di Gennaro Fusco
Milano, Excelsior 1881, 2008, pp. 280, € 24,50

L’opera di Luca Federico Garavaglia, pronipote di Romualdo Marenco (1841-1907), si legge tutta d’un fiato, come se la vita del compositore del Gran Ballo Excelsior (che debuttò alla Scala l’11 gennaio 1881, con la coreografia di Luigi Manzotti, e dà il nome alla casa editrice) fosse un romanzo.

Marenco, soprannominato “il Sousa d’Europa”, è stato autore non soltanto di moltissimi balletti, alcuni dei veri kolossal, considerabili precursori del musical, ma anche di opere, operette e di jingles pubblicitari. La sua avventura artistica va dall’arruolamento come secondo fagotto al Teatro Doria di Genova (1856) fino alla composizione del balletto Luce (1905); pare, sfogliando le pagine, di averlo sempre accanto.
Scritto con garbo e affetto, con competenza storica e musicale, senza mai scadere nell’agiografia, il testo è un sapiente mix di micro e macrostoria che dipana la vicenda di Marenco intrecciandola ai grandi fatti storici coevi: molto di più di una semplice biografia. Occhio attento alla critica dell’epoca, ricerche storiche e biografiche puntuali e circostanziate, meraviglioso apparato iconografico e fotografico (questo è anche un godibilissimo libro per immagini), grafica assolutamente cool.
Benedetta Saglietti


Giornale della Musica, n. 259, Maggio 2009, p. 25

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mercoledì 20 maggio 2009

Ravel: mondano e solitario

Pettini e spazzole meticolosamente ordinati, eleganti pigiami di seta verde, impeccabili scarpe di vernice... All’apice del successo, Maurice Ravel saturava la sua vita quotidiana di articoli ricercati, la cui presenza era indispensabile per la propria tranquillità. Le sue manie d’eleganza lo accompagnavano nelle tournée, sui treni, in camera da letto, rendendolo un uomo capriccioso e impaziente, di aspetto mondano ma con una personalità introversa e distaccata. Accanto agli oggetti alla moda, la casa del compositore era popolata di giocattoli a orologeria. Ravel, figlio di un inventore di motori e macchinari, amava i congegni meccanici e le catene di montaggio al punto di riversare questa passione nelle sue composizioni.
La ricostruzione degli ultimi dieci anni di vita di questo musicista minuzioso e affascinante è al centro dell’ultimo romanzo di Jean Echenoz. Si tratta di una biografia immaginaria ma possibile, creata a partire da uno studio attento della vita del compositore e del suo mondo. Il lettore non troverà acute osservazioni musicali, ma una finzione raffinata. Si percepisce un grande rispetto verso la figura del musicista: benché alcuni episodi siano falsati o inventati, tutte le parole che il protagonista pronuncia sono state effettivamente proferite da Ravel.
L’autore segue a distanza ravvicinata i movimenti del personaggio, senza mai inserirsi in modo indiscreto nella sua intimità. La narrazione penetra con riserbo nelle sue notti insonni, nelle sue ore tormentate dalla noia, nelle sue piccole ossessioni, senza mai riportare pensieri o sentimenti. Con stile scrupoloso e imperturbabile si contrappongono le smanie di precisione del protagonista al suo progressivo declino mentale. Le disattenzioni si moltiplicano e il personaggio vive una sorta di sdoppiamento: il congegno prodigioso s’inceppa, gli ingranaggi saltano l’uno dopo l’altro. “Vittima di quel destino e suo spettatore attento, sepolto vivo in un corpo che non risponde più alla sua intelligenza, vede tutto distintamente e contempla l’estraneo che vive in sé”.
L.P.


Jean Echenoz, Ravel. Un romanzo, trad. ita. G. Pinotti, Adelphi, 2007, pp. 116, Euro 14.

L'Indice dei libri del mese, Maggio 2009.

lunedì 18 maggio 2009

A Kandinsky piace Schönberg

Per Wassily Kandinsky fu davvero fatale quel 1° gennaio 1911 quando in «un inedito concerto» ascoltò un quartetto per archi e alcuni pezzi per pianoforte di Arnold Schönberg: una musica che esprimeva un' idea d' arte condivisa. Qualcosa di analogo avviene nel 1917. Stavolta fra Stravinsky e Picasso. Occasione d' intesa, i danzatori russi. «Già da alcuni anni i loro percorsi artistici si erano intrecciati, come due grandi colonne autonome, ma appartenenti allo stesso tempio», spiega Paolo Repetto nel suo libro. Naturalmente le coppie creative si sprecano. In taluni casi i rapporti sono espliciti; in altri, ipotizzati. Come fra Nicolas Poussin e Francesco Cavalli, probabile allievo di Claudio Monteverdi, attratti dal mito di Orione e autori di versioni, diverse ma non opposte, del tragico destino del mortale amato da Artemide.

La visione dei suoni. Arte-Musica, di Paolo Repetto. Il melangolo, pp. 168, 16
Benvenuto Beppe
25 gennaio 2009, p. 33, Corriere della Sera

sabato 16 maggio 2009

Le ultime lettere di Ludwig van Beethoven

Ludwig van Beethoven, Epistolario, vol. VI (1825-1827)

Milano, Skira – Accademia Nazionale di Santa Cecilia (coll. L’Arte armonica, Serie III, “Studi e Testi”) 2007, pp. 464, € 49,00

Volge al termine l'edizione italiana dell’epistolario beethoveniano tradotto da Luigi Della Croce per Skira, a cura di Sieghard Brandenburg, cominciata nel 1999 sotto gli auspici del Beethoven-Haus di Bonn. Il settimo volume, contenente gli indici, sarà disponibile in Italia all'inizio del prossimo anno; parallelamente l’edizione tedesca verrà completata da un ottavo tomo di cui si prevede l’uscita a breve. L’opera comprende le lettere scritte dal compositore e quelle a lui indirizzate, trascritte in un’accurata edizione diplomatica.
Le lettere di Beethoven sono una sorta di oscillografo che registra l’altalena fra il debordare di energia espressiva (che a volte ci restituisce un uomo capace di gesti di rara gentilezza) e, specie negli ultimi anni, il ritirarsi a tratti di essa. L’apparato di note, più corpose che nella storica edizione di Emily Anderson, facilita enormemente lo studio di una scrittura un po’ caotica, ma senza censure e pulsante di vita vera. È difficile avere a che fare con il compositore dopo il 1825, ed è una sorpresa non sempre piacevole scoprire il suo lato umano a volte ruvido.
Reduce dall’insuccesso economico e dalle liti che seguirono le due grandi accademie del 1824 (prime esecuzioni della Nona Sinfonia), che furono causa della momentanea uscita di scena di Schindler, Beethoven è intento a organizzare nuovi concerti. È Karl Holz, primo violino del quartetto Schuppanzigh, a sostituire il factotum, quanto a numero di missive ricevute secondo soltanto al nipote Karl, vero protagonista del sesto tomo dell’epistolario, in cui fanno capolino anche alcuni amici di giovinezza: Ferdinand Ries, Franz Wegeler, Stephan von Breuning, l’arciduca Rodolfo.
La corrispondenza di poco meno di tre anni (372 lettere tra il 1825-27) è anche il registro di rapporti economici: offerte di dediche e trattative per la cessione dei diritti di pubblicazione delle opere condotte su uno scacchiere internazionale. C’è, ovviamente, molto di più.

Da un lato l’artista, non così felice della sua condizione freelance, o piuttosto di “precario”, come sembra suggerire il 1° gennaio 1825: «Lei sa che io sono costretto a vivere solo dei prodotti del mio spirito»; quello che sta scrivendo gli ultimi Quartetti per il principe Galitzin, il cui progresso nella composizione si può seguire passo passo; o, ancora, colui che cerca di far apparire (un po’ maldestramente) sulla miglior piazza possibile la sua Missa Solemnis. I giudizi degli amici sono benevoli: «le ultime [opere] − scrive Streicher − superano tutte quelle che ha scritto in precedenza»; Galitzin lo supplica: «non tardi, La prego, a farlo stampare, un capolavoro simile [il Quartetto op. 127] non deve restare neanche un solo istante nascosto», mentre Ries giura che la Nona Sinfonia: «è un’opera con la quale niente può reggere il confronto e se Lei non avesse scritto niente altro che questo, sarebbe già divenuto immortale».
Dall’altro lato l’uomo, il “padre adottivo” che esercita una crescente pressione sul nipote, con un misto di eccesso di amore e ricatti affettivi. Delle reazioni scomposte nei confronti di Karl, forse causate dai malanni che più volte in questi anni costringono Beethoven a letto, colpisce sia il loro materializzarsi in un profluvio di lettere, sia l’esiguità delle risposte: un climax che conduce al tentativo di suicidio; anche se, passata la tempesta, gli ultimi scambi fra i due contengono espressioni affettuose. Sono queste “montagne russe emotive” che non finiscono mai di stupire il lettore.

Del resto Beethoven non fa nulla per nascondere la sua difficoltà con la comunicazione scritta, cui, non a caso, qui come nei precedenti volumi, fa da contrappunto un diffuso ricorso alla musica: così, ad esempio, la chiusura della lettera al dottor Braunhofer è l’occasione il 13 maggio 1825 per il canone «Doktor sperrt das Tor dem Tod, Note hilft auch aus der Noth» [il dottore sbarra la porta alla morte, la musica aiuta anche nel momento del bisogno]. Il primo presagio della fine risale però a qualche mese più tardi, «la falciatrice − scrive − non mi concederà in ogni caso molto più tempo», e diventa certezza in una commovente missiva rivolta a Wegeler (che non incontrava da 34 anni) il 17 febbraio 1827: «Il mio motto continua a essere: Nulla dies sine linea e, se ogni tanto lascio dormire la musa, è solo perché sia più vigorosa quando si risveglia. Spero di dare ancora al mondo qualche grande opera e poi di concludere il mio corso terreno da qualche parte, come un vecchio bambino».


Benedetta Saglietti

Giornale della Musica, n. 254, Dicembre 2008, p. 33
epistolario beethoveniano lettere di Beethoven
Con l'abbonamento del GdM è disponibile in pdf tutto l'archivio dei numeri dal 2004

Read in English (la traduzione in "inglese maccheronico" è del traduttore automatico di Google). Leggi anche:

sabato 4 aprile 2009

John Cage, maestro di influenze

Alla bibliografia su John Cage si aggiunge una nuova pubblicazione di una giovane artista coreana, Inkyung Hwang, dal titolo Il lungo treno di John Cage: si tratta di un libro che volutamente si discosta dalle uscite prettamente accademiche per ritagliarsi uno spazio a sé, personale, attraverso il contesto delle interazioni fra arti visive e avanguardie.
L’autrice, laureata in Lettere e diplomata in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha voluto osservare l’operato di Cage come se lei stessa ne fosse una virtuale ultima allieva, per cercare un percorso non scontato ai margini della cultura istituzionale; il «lungo treno» del titolo è dunque unimmaginario insieme di vagoni che rappresentano diverse facce, diverse rifrazioni delle seconde avanguardie (da Kandinsky fi no al conterraneo Nam June Paik, passando per Fluxus e Duchamp) che sono state infl uenzate, o hanno infl uenzato, la scrittura di Cage.
Ne esce un libro particolare, a scompartimenti, anti-scientifico e, per questo, abbastanza innovativo. Il volume è la diretta conseguenza della discussione di tesi di laurea della Hwang e, dunque, va dato atto di coraggio alla casa editrice milanese.

Carlo Lanfossi
Inkyung Hwang
Il lungo treno di John Cage
O barra O edizioni 2008,
128 pp., € 12,00.

Tratto da Il Giornale della Musica, n. 250, luglio-agosto 2008, p. 24

giovedì 19 marzo 2009

Petrassi, scritti e interviste

Edizioni Suvini Zerboni 2008, pp. 428, € 28,00
a cura di Raffaele Pozzi

Gli scritti e le interviste di Petrassi qui raccolti spaziano dal primo articolo del 1935 all’ultima intervista (un testo inedito rielaborato insieme al compositore) rilasciata a Raffaele Pozzi nel 2002. In un colloquio di poco precedente, il novantaquattrenne Petrassi scherza con un altro intervistatore: «Sono così vecchio che lei adesso approfitterà dei miei anni per chiedermi come la musica è cambiata nel Novecento».
Lungi dall’essere una boutade, queste pagine ci consentono un percorso lungo quasi un secolo, con un duplice vantaggio: possiamo prendere a prestito un punto di vista autorevole per conoscere l’universo musicale (ma non solo) dell’epoca, beneficiando di una prosa che va sempre al centro delle questioni senza tanti giri di parole. Come ricorda Pozzi nella densa prefazione, da adolescente Petrassi voleva fare lo scrittore, anche se presto vi rinunciò; fortunatamente, oltre a quella musicale, resta anche questa produzione letteraria eterogenea: discorsi pronunciati a festival e congressi, e articoli di critica musicale, che lo rivelano lucido testimone di quel tempo. Si scopre dunque un lato meno conosciuto del compositore. Ma non solo: attraverso le sue acute osservazioni, un intero mondo cambia davanti ai nostri occhi.
Benedetta Saglietti

Liberamente tratto dal Giornale della Musica, n. 256, Febbraio 2009, p. 20

martedì 10 marzo 2009

Charles Rosen: le Sonate per pianoforte di Beethoven, Piano notes

Escono due libri che raccolgono lezioni e conferenze del musicologo-pianista americano Charles Rosen





Le Sonate per pianoforte di Beethoven, Astrolabio 2008, pp. 279 (con cd), € 30,00

Piano notes, il pianista e il suo mondo
EDT 2008, pp. 206, € 16,00

Moltissime opere, con tagli diversi e rivolte ai più disparati tipi di lettori, hanno per oggetto le Sonate di Beethoven: vengono in mente Prod’homme, Fisher, de la Guardia, Tovey, Carli Ballola, Pestelli, Rattalino, Scuderi.
Questa guida alle Sonate di Charles Rosen è indirizzata a chi, esecutore o ascoltatore, sia in possesso di solide competenze musicali tecniche, teoriche e pratiche: caratterizzato da uno stile di scrittura meticoloso e denso, pari a quello dei precedenti Le forme-sonata, Lo stile classico, La generazione romantica, è la trascrizione dei seminari estivi del Campus Internazionale di Musica che ha sede a Sermoneta, integra testi che non entrano troppo nello specifico musicale e ha il vantaggio rispetto ad altri di una maggior snellezza (è infatti uno short companion). Se è vero il detto di Schnabel, secondo il quale queste Sonate sono superiori a una qualsivoglia loro interpretazione, questa può essere l’occasione per ripensarle da capo, spartito (o pianoforte) alla mano.

[...]

Rosen muove dall’analisi filologica dello spartito, usa edizioni pubblicate mentre Beethoven era in vita, tiene sempre presente il manoscritto e in qualche caso gli abbozzi, fornendo indicazioni pratiche per possibili interpretazioni: la libertà − scrive nell’introduzione − è indispensabile perché ci sia interpretazione. Nella trattazione è considerata in primo luogo la prassi esecutiva, allo stesso tempo sono vagliate le indicazioni beethoveniane alla luce delle modificazioni subite nel frattempo dal pianoforte e una cura particolare è dedicata alla spinosa questione delle indicazioni metronomiche: il caposaldo Czerny, presente nella rilettura di Badura-Skoda, è accompagnato da contributi noti nella tradizione critica, come la somiglianza di struttura fra la “Waldstein” e l’op. 31 n. 1, insieme ad acquisizioni più recenti, come la “riabilitazione” della Sonata op. 54 da parte di Tovey.
[...] la prima sezione della guida è accompagnata da un utile cd nel quale gli esempi musicali sono illustrati al piano [...].
Rosen sarà agli incontri del Politecnico di Torino il 16 marzo 2009.

Piano Notes espone invece in modo discorsivo e in una prosa nitida e leggera, ben resa nella traduzione di Sara Marchesi, tutti quegli aspetti con i quali un pianista, professionista o dilettante, prima o poi deve fare i conti: il rapporto con il proprio corpo (spesso sottovalutato) e il proprio strumento, la memoria musicale, gli aspetti tecnici del pianoforte, i programmi di conservatorio, il repertorio e lo studio di diversi stili pianistici, i concorsi e le masterclass, il contatto con il pubblico.
Per questo testo, nato come conferenza tenuta alla New York Public Library, Rosen attinge al suo patrimonio di esperienze personali, squadernando una miriade di aneddoti, senza lesinare esempi musicali; non spiega come suonare e non è un manuale come quelli di Heinrich Neuhaus o Gyorgy Sandor, ma può essere letto da studenti alle prime armi, i quali vedranno affrontate problematiche che incontreranno in futuro, da pianisti navigati che confronteranno la loro esperienza con quella dell’autore e dagli insegnanti a cui Rosen propone diversi spunti critici (o addirittura polemici). [...] Il mordace Rosen ama infrangere luoghi comuni: non è il tocco che dà il “bel suono”, i pianisti non hanno bisogno di ascoltare quello che suonano, è inutile concentrarsi per studiare passaggi tecnicamente difficili, e così via…

Benedetta Saglietti

Giornale della Musica, n. 253, Novembre 2008, p. 32

sabato 21 febbraio 2009

E Hofmannsthal si inchino' alle note di Beethoven

Più che una riflessione sulla musica, i due discorsi tenuti da Hofmannsthal nel 1920 e ora tradotti in un bel volume a cura di Roberto Di Vanni propongono un'elaborazione letteraria del mito di Beethoven. Il grande compositore vi viene presentato come il culmine di quella generazione "eroica" che, con Rousseau e Schiller, con Herder e Goethe, aveva esaltato il valore dell'individuo e la sua facoltà di "contemplare Dio direttamente in volto". Se un'intera epoca, animata di fervore titanico, aveva lottato "per la conquista di un linguaggio capace di esprimere ogni cosa", in Beethoven tale processo giunge a compimento: egli è il "creatore di un linguaggio al di sopra del linguaggio", e ciò rende legittimo, anzi, addirittura inevitabile agli occhi di Hofmannsthal inserire la sua figura "nel novero dei poeti della nazione".

L'aspetto interessante di questi testi sta nel fatto che in essi, a distanza di quasi vent'anni, ritorna il grande tema della Lettera di Lord Chandos, ma stranamente capovolto, come in un' immagine speculare. Non per caso Hofmannsthal afferma che rispetto all' esperienza vissuta dalla generazione dello Sturm und Drang "noi siamo collocati in termini di esperienza contraria": la crisi espressa dal giovane poeta nella Lettera consiste precisamente nel fatto che la lingua, anche nei suoi gradi eccelsi, non è più "capace di esprimere ogni cosa", forse a ben vedere non è capace di esprimerne alcuna, si rivela ormai del tutto priva di quella potenza metafisica e quasi magica che ancora un secolo prima sembrava in grado di costringere Dio stesso a manifestarsi nella parola.

E' significativo, e testimonia una profonda continuità di pensiero rispetto all'opera giovanile, che nei discorsi del 1920 Hofmannsthal seguiti a negare alla parola poetica, persino a quella di un "titano" come Goethe, la capacità di attingere l'assoluto, e l'attribuisca invece alla musica, quasi che ad essa soltanto fosse dato di incarnare la remota utopia di Lord Chandos: "Una lingua in cui mai parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi trovero' a rispondere davanti a un giudice ignoto".

HUGO VON HOFMANNSTHAL
Beethoven, Genova, Graphos, p. 82, 11 euro

Paola Capriolo, 23 gennaio 2000 - Corriere della Sera, p. 33

mercoledì 18 febbraio 2009

Mieczyslaw Horszowski

Miecio. Ricordi di Mieczyslaw Horszowski, a cura di Bice Horszowski Costa, prefazione di Gian Paolo Minardi. Genova, Erga Edizioni, pp. 624, € 33,56

Miecio. Lettere e cartoline di Janina Roza Horszowska 1900-1904, a cura di Bice Horszowski Costa, prefazione di Elisabetta Fava. Genova, Erga Edizioni 2007 , pp. 147 (con cd), € 35,00

La carriera del pianista Mieczyslaw Horszowski (bambino prodigio allievo di Theodor Leschetizky, l’insegnante più famoso della Vienna del tempo) annovera concerti affianco di Casals, Busch, Serkin, Toscanini e attraversa un intero secolo. La casa editrice Erga gli ha dedicato qualche anno fa una corposa biografia, redatta sulla base dei quaderni pazientemente annotati dalla moglie Bice, la quale ne è anche la curatrice; la prima parte, che consente di seguire passo passo la vita della famiglia del piccolo Wunderkind e la sua crescita intellettuale e pianistica, comprende le lettere tradotte dal polacco che la madre di Miecio (Janina Roza) scrisse al marito Stanislaw.

Un secondo volume, a completamento del primo, nasce ora grazie al recente ritrovamento in un garage di Nizza di un album contenente 130 cartoline, scritte da Roza al marito dal 1900 al 1904: il “viaggio iconografico” illustra la biografia della famiglia ed è una lente attraverso cui osservare i loro spostamenti, alla scoperta di città e mondi interiori attraverso l’immaginario dell’epoca. Completa l’opera un cd che dà un saggio dell’ampio repertorio dell’interprete (Bach, Beethoven, Chopin e sue composizioni).

Benedetta Saglietti


Ecco infine la poesia che Guido Gozzano dedicò al grande pianista (nella raccolta La via del rifugio):

Miecio Horszovski

Piccole dita che baciai, che tenni
fra le mie, pensando ai derelitti
consolati di affanni e di delitti
dal gioco delle mani dodicenni:

o le tue mani, bimbo, se tu accenni
sui tasti muti, a pena! Ecco, e tragitti
un popolo di sazi e di sconfitti
alle rive del sogno alte e solenni.

E tu non sai! Il suono t'è un trastullo:
tu suoni e ridi sotto il cielo grigio
nostro piccolo gran consolatore!

E l'usignolo, come te, fanciullo,
canta ai poeti intenti al suo prodigio;
e non conosce le virtù canore.

mercoledì 14 gennaio 2009

Illuminismo musicale

L'illuminismo francese e la musica
Testi a cura di Enrico Fubini I
Ricordi-Lim, Milano-Lucca 2007, 289 pp., € 20,00
illumismo nella musica
L’ultima opera nata in casa LIM, nella collana delle “Sfere”, è un’antologia di testi raccolti da Enrico Fubini. Nella Francia del XVIII secolo germogliano idee nuove su cui si baserà il pensiero musicale dei periodi successivi, e il dibattito si apre a tutti, non soltanto agli addetti ai lavori, purché si tratti di connaisseurs. Fubini raduna i più diversi tipi di intellettuali chiamati a dire la loro su questo o quell’altro aspetto della cultura musicale; sulle prime − scrive nell’introduzione − si rimane tuttavia disorientati dall’uniformità dei temi affrontati. Man mano che si procede nella lettura ci si accorge però che la querelle sugli antichi e sui moderni o la disputa francesi vs italiani sono una lente attraverso cui s’intravedono problematiche linguistiche, estetico-filosofiche, antropologiche e persino politiche. Gli scritti dei minori, accanto ai “grandi” dell’illuminismo, servono perciò a cogliere il clima culturale del tempo. Il consiglio: la prosa argutissima di Friedrich Melchior Grimm, viaggiatore ante litteram, meno noto di Charles Burney, incanta nel racconto del petit prophète; la delizia: l’oscuro Boyé si domanda in L’expression musicale mise au rang des chimères, 75 anni prima di Eduard Hanslick, se la musica possa esprimere le passioni dell’uomo; la curiosità: Diderot, rispondendo agli attacchi di Rameau, tira anche in ballo il clavicembalo oculare di Louis-Bertrand Castel, discussione che avrebbe fatto la felicità di Skrjabin.

Benedetta Saglietti

Giornale della Musica, n. 252, Ottobre 2008, p. 34MUSICA E MUSICISTI DELL'ILLUMINISMO

sabato 27 dicembre 2008

Nascere musicali

Johannella Tafuri, Nascere Musicali presentazione di Graham Welch, pp. 240, € 18, collana Educazione Musicale EDT/SIEM (con cd), Torino 2007.

Johannella Tafuri, violinista e didatta, ha voluto verificare mediante una ricerca durata sei anni lo sviluppo musicale dei bambini in riferimento alla capacità di cantare intonati. Il target di studio (innovativo, perché molti sono invece i lavori che esplorano la musicalità dopo quest’età) va da sei mesi dopo il concepimento ai tre anni di vita, dal momento che l’orecchio nel feto comincia a funzionare intorno alla ventiquattresima settimana. Si è inteso dimostrare che ogni bambino possa imparare a cantare correttamente, a condizione che sia presente musica nell’ambiente in cui cresce. Lo staff della Tafuri ha offerto alle gestanti al sesto-settimo mese di gravidanza un programma musicale appositamente preparato (inCanto), osservando poi lo sviluppo musicale dei bambini. La prima parte del libro dà conto dello stato degli studi in materia e illustra nel vivo il progetto, i suoi procedimenti e i risultati. La seconda, dedicata ai presupposti teorici-metodologici che costituiscono la base di un programma educativo, delinea anche una serie di proposte concrete nate nell’ambito di questa sperimentazione. Utile supporto per la comprensione della ricerca è il cd allegato che fornisce la documentazione sonora del work in progress, registrazioni effettuate a partire dal raggiungimento dei due mesi di età. Il testo si rivolge agli educatori musicali, anche se l’Autrice non nasconde il desiderio che i suoi lettori possano essere i genitori; grazie allo stile piano con cui è scritto, sarebbe auspicabile che fossero proprio questi − ancor più che gli addetti ai lavori − a beneficiarne. Dimenticando lo stereotipo con cui ci si definisce “stonati/intonati”, il convincimento (quasi rivoluzionario) è che come si impara a camminare soltanto se sollecitati, sia possibile allo stesso modo sviluppare la capacità di cantare, innata in tutti gli esseri umani, dietro l’incoraggiamento degli adulti. La musica diventerebbe così un diritto; non troppo dissimile da quello di esprimersi, nutrirsi e muoversi.


Benedetta Saglietti

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martedì 30 settembre 2008

Pazzi di Schumann

Peters Uwe: Robert Schumann e i tredici giorni prima del manicomio

Milano, Spirali edizioni 2007, 304 pp., € 30
Curioso questo lavoro di Uwe Henrick Peters, neuropsichiatria tedesco che prende in esame con occhio clinico la vicenda dell’internamento di Schumann. Ci sono dei precedenti: il biografo beethoveniano Maynard Solomon è psicoanalista e John O'Shea in Musica e medicina (EdT 1991) ha affrontato tematiche simili. Questo libro vuole invece mettere in discussione la presunta malattia mentale di Schumann. Peters smantella quella che è sempre passata per un’incontestabile verità chiamando a testimoniare i contemporanei, esaminando la stampa dell’epoca, soppesando ad una ad una le parole della moglie Clara e le annotazioni del diario steso dai coniugi. L’elemento più convincente, e allo stesso tempo più inquietante perché fa crollare la base su cui poggia la favola romantica del musicista folle, è la totale assenza di documentazione - confermata da Clara - del “fattaccio”, cioè il fallito annegamento nel Reno la notte di Carnevale del 27 febbraio 1857. Se Schumann non tentò il suicidio, per quale ragione venne dunque confinato nel manicomio di Endenich? Questa è la domanda alla quale tutto il resto dell’opera cerca di rispondere. L’autore unendo alla competenza medica l’acribia nell’esposizione dei dati riesce, con un procedere da detective, a tener avvinti fino all’ultima pagina. La narrazione delinea la storia della difficile convivenza di due individui eccezionali, lontana dalla banalità della leggenda e piena di chiaroscuri. Non mancano tuttavia a volte tratti morbosi… insomma: tutto quello che avete voluto sapere di Schumann e non avete mai osato chiedere.
Benedetta Saglietti

Giornale della Musica, n. 250 luglio-agosto 2008, p. 25

domenica 14 settembre 2008

Eredità della musica

Piero Violante, Eredità della musica. David J. Bach e i concerti sinfonici dei lavoratori viennesi (1905-1934), pp. 227, € 16, Sellerio, Palermo 2007

L’arco temporale preso in considerazione dall’autore va dalla fine dell’Ottocento al 1934; questo periodo rappresenta una cesura fondamentale per tutta la cultura del Novecento, perciò il saggio si presenta denso e intriso di riferimenti non solo alla storia della musica, ma anche all’arte, alla storia sociale e culturale.
I concerti sinfonici dei lavoratori viennesi fra il 1905 il 1934 sono l’argomento del libro, incentrato sulla complessa figura di David J. Bach (1874-1947), promotore delle stagioni concertistiche per gli operai e successore di Josef Scheu come titolare della critica musicale dell’«Arbeiter Zeitung», quotidiano del partito socialdemocratico austriaco.
Nello scorrere l’indice del libro si possono individuare due aree tematiche legate fra loro, che ne formano l’ossatura: nella prima, di carattere storico-filosofico, l’autore presenta il milieu sociale e culturale in cui germinerà l’esperienza dei concerti per i lavoratori; nella seconda si trova invece l’analisi delle stagioni sinfoniche, suddivise in tre decadi: dal 1905 al 1918, dal 1918 al 1926 e dal 1926 al 1934. Vi sono anche due interpolazioni che spezzano il ritmo delle stagioni, e nel medesimo momento ne sono, però, una prosecuzione parallela, perché riferiscono di due esperienze contigue ai concerti per lavoratori: la prima è rappresentata dalla fondazione della rivista «Der Strom» e la seconda è L’utopia mancata del coro recitante (Sprechchor).
I concerti per i lavoratori sono «il grandioso tentativo, da parte della socialdemocrazia e dei teorici dell’austro-marxismo, di fare del proletariato l’erede della tradizione musicale viennese e, attraverso questo, erede della cultura classica tedesca»; tale tentativo riesce solo in parte, perché l’avanzamento dell’austro-fascismo spianò la strada all’Anschluss.
Un tale argomento è in sé interessante, ma può risultare altrettanto insidioso per la quantità di soggetti ad esso correlati; Piero Violante gestisce molto bene il materiale magmatico che ha scelto di trattare e riesce a plasmarlo secondo una forma fruibile, grazie anche al sostegno di un nucleo corposo di note, che talvolta diventano un libro nel libro.
Quando si giunge alla fine della lettura si è pervasi da una sensazione di completezza dovuta alla prosa scorrevole da una parte strettamente connessa a una chiara formulazione dell’argomento. I concerti sinfonici per gli operai viennesi diventano così, grazie anche al coinvolgimento di più campi del sapere, il punto di partenza per una più ampia riflessione sul mutamento della società avvenuto in quegli anni.
Marida Rizzuti
Liberamente tratto da L’Indice dei Libri del mese, Luglio/Agosto 2008, p. 34

giovedì 10 luglio 2008

Una costante autopersecuzione

Theodor W. Adorno, I miei sogni, (ed. orig. 2005), trad. italiana di Alessandro Cecchi e Michele Ranchetti, pp. 133, € 10, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

“Fra i modi di dire mi è venuto in sogno e ho sognato ci sono di mezzo le ere storiche. Ma quale dei due è più vicino alla verità? Come non sono gli spiriti a mandare il sogno, così, d’altra parte, non si può dire nemmeno che sia l’io a sognare.”
(Minima moralia, Einaudi 20054, p. 227).

Una lapidaria sentenza apre l’incompiuto Beethoven (Einaudi 2001): “Nella musica siamo come nel sogno […] veniamo strappati dalla corrente della musica per andare Dio sa dove... forse è qui l’affinità della musica con la morte”. Diversi i punti di congiunzione fra mondo onirico, musica e morte nella speculazione di Adorno: i sogni sono come un fiume sotterraneo che, a tratti, riemerge. L’uomo-Adorno nei sogni si destreggia tra impegni mondani e peripezie erotiche, è spesso torturato o, a sua volta, torturatore: i sogni felici - sostiene il filosofo - si danno così poco come, secondo il detto di Schubert, la musica allegra. Il filo rosso è una costante autopersecuzione in cui Adorno sogna di essere crocifisso, mangiato, ghigliottinato. La vita diurna e quella notturna sono vasi comunicanti, molto più di quanto non appaia ad una superficiale occhiata, e forte è la tentazione di usare le chiavi interpretative che egli stesso fornisce.
Nel 1966 scrive nella Dialettica negativa: “Non è […] sbagliata la domanda meno culturale se dopo Auschwitz ci si possa lasciare vivere, se ciò in fondo sia lecito a chi è scampato per caso e di norma avrebbe dovuto essere ucciso. Per sopravvivere egli ha già bisogno della freddezza, il principio basilare della società borghese, senza cui Auschwitz non sarebbe stato possibile: questa è la colpa drastica di chi è stato risparmiato. Per espiazione lo visitano sogni come quello di non vivere più, ma di essere stato ucciso nelle camere a gas nel 1944 e di vivere da allora l'intera esistenza solo nell'immaginario, emanazione del folle desiderio di un assassino vent'anni or sono», (trad. di M. Ranchetti). Nel novembre 1942 Adorno aveva sognato di riuscire a scappare dalla metropolitana, e annotava nel Traumprotokoll: “Non potevo […] rallegrarmi del colpo di fortuna. Avevo la sensazione che avessimo fatto qualcosa di proibito, perché ci eravamo messi in salvo attraverso l’uscita sbagliata […] e per tutta la durata del sogno mi aspettavo la punizione che per questo doveva colpirci”.
Questi racconti del cuscino non sono dunque soltanto un divertissement: l’intellettuale, che ha voluto che fossero pubblicati dopo la sua morte, li considerava a pieno titolo una sua opera, tanto che alcune intuizioni nate nel sonno confluiscono direttamente nei Minima Moralia, che per la forma rapsodica sembrano il contraltare dei Sogni. Il fine resta comunque la loro mera registrazione, senza interpretazione. Il teorico di Francoforte non è mai stato in analisi, ma conosceva Freud, anche se la sua posizione è critica, perché - com’egli stesso scriveva - nella psicanalisi non c’è nient’altro di vero che le sue esagerazioni.
Il libro è anche una teoria di persone, conosciute (Gretel, la moglie, Max Horkheimer, Alban Berg, Karl Kraus) o anonime, che si muovono in un teatro d’ombre. Leggerlo è come dare una sbirciata dietro le quinte di un palcoscenico, gesto che non garantisce una migliore, ma certamente una diversa comprensione dello spettacolo. C’è una circolarità, un perenne ritorno, in forme nuove, di immagini e situazioni già viste: la fantasmagoria si snoda come le figure replicanti di Escher o, più spesso, come i minuscoli cammei crudeli di Bosch.

Benedetta Saglietti
L’Indice dei libri del mese, Giugno 2008

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martedì 8 luglio 2008

Musicofilia, Sacks

"Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, sentire una specie d'orchestra suonare, suonare" Con quel che segue. Se fossi un paziente o un amico del dottor Oliver Sacks, mi piacerebbe raccontargli che da quando ho letto la sua ultima fatica "Musicofilia" non riesco più a cancellare dalla mente un ritornello, tratto da uno show televisivo della giovinezza. Minuscola dimostrazione del riflesso condizionato di cui si trova ampia traccia nelle pagine del saggio.

Sacks, celebre neurologo, giunge a quest'opera dopo aver dedicato altri lavori all'interazione tra musica e funzioni cerebrali. In particolare con Risvegli, che risale al 1966, descrive gli effetti esercitati su pazienti gravemente parkinsoniani. "Da allora-confessa - più di quanto potessi immaginare la musica si è imposta di continuo alla mia attenzione, mostrandomi i suoi effetti su quasi ogni aspetto della vita".

Giuseppe Ceretti continua su... Il Sole24ore

martedì 1 luglio 2008

Stravinskij - Craft, Ricordi e commenti

Igor Stravinskij - Robert Craft, Ricordi e commenti, traduzione italiana a cura di Franco Salvatorelli, Adelphi, 414 pp., € 36,00
Il nuovo Ricordi e commenti (Adelphi) composto da Robert Craft, direttore d’orchestra, suo interprete e assistente, si pone ad integrazione dei volumi simili, ma non identici, usciti in passato (Colloqui con Strawinsky, Einaudi, Cronache della mia vita, SE). Egli ha vissuto per 23 anni con il compositore raccogliendo il materiale che compendia le sue quattro vite: russa, svizzera, francese e statunitense. Non è chiaro dove inizi Stravinskij e dove finisca Craft, ma l’osmosi è comunque riuscitissima. Nonostante la mole che può intimorire, il libro si legge d’un fiato: perché Stravinskij è un incantatore di serpenti, evocatore di storie come i vecchi di fronte al fuoco. Nel primo capitolo, il più affascinante, imbastisce il racconto dell’infanzia russa, non priva di echi proustiani, dominata dalla figura favolosa di Ciajkovskij. L’uomo Stravinskij, lontanissimo dallo stereotipo, a tratti commuove; il suo però è anche un travestimento: mefistofelico, camaleontico. Lo scopriamo fine conoscitore d’arte, lettore di Musil e Vaughan, uomo mondano e allo stesso tempo schivo. Una teoria di situazioni e personaggi, a volte solo fugaci comparse, vengono tratteggiati con incisività: Rimskij-Korsakov, Picasso e Balla, Skriabin e Prokofiev, Rachmaninov, Strauss, Reger e Debussy, e ancora Fokin, Djagilev, Nijinskij, Auden e Cocteau, D’Annunzio, Proust, Gide e T. S. Eliot. Gustosi “dietro le quinte”: <musique concrète erano i telefoni di Pietroburgo, mi ispirarono le battute iniziali del secondo atto del Rossignol>>. Un’opera polisensoriale, viva e pulsante, che pullula di suoni, colori e odori.

Benedetta Saglietti
Recensione apparsa sul Giornale della Musica, 249, Giugno 2008

giovedì 22 maggio 2008

Lontano dalle onde del tempo

Johannes Brahms, Album Letterario
o Lo Scrigno del Giovane Kreisler
Ed. orig. 1909, a cura di Artemio Focher, pp. 207,
€ 16, EdT, Torino 2007.

Quattro quaderni, uno dei quali intitolato Lo scrigno del giovane Kreisler, riposarono per una cinquantina d’anni finché non furono dati alla stampa nel 1908, a cura di Carl Krebs. Ora l’album letterario viene reso disponibile nell’edizione di Artemio Focher, contraddistinta dal rigore al quale lo studioso ci aveva già abituati con le traduzioni e curatele di classici della letteratura beethoveniana (Breuning, Grillparzer, Wegeler e Ries). Focher, docente di letteratura tedesca alla Facoltà di Musicologia di Cremona, rintraccia (quando possibile) il testo originale, integra e rettifica Krebs, costituendo un utile apparato critico.
Lodevole la pubblicazione di un’opera poco diffusa, che non ha conosciuto traduzioni, fino a quella inglese del 2003 (Pendragon Press, Hillsdale NY).
Sembra cucita addosso a Brahms, lettore appassionato fin da giovanissimo, la massima di Erasmo da Rotterdam: «Quando ho un po’ di denaro compro libri, e se avanzano soldi, cibo e vestiti». Sorprende la sua voracità culturale, attribuita al desiderio mai sopito di colmare le lacune dell’incerta educazione ricevuta, quasi obbedendo all’esortazione, anonima, che registra nel florilegio: «Metti per iscritto tutto ciò che senti essere divenuto vero in te, foss’anche solo una reminiscenza».
Unica prova scrittoria che si conserva (oltre a qualche lettera), l’antologia raccoglie le frequentazioni letterarie risalenti agli anni 1853-54. Le citazioni, seguendo l’ordine delle letture, sono riunite in modo casuale: per scrittore o per argomenti, alcune epigrammatiche, altre estese.
Brahms accorda la sua preferenza alle liriche di poeti minori, spesso intonate nei Lied: soltanto più tardi farà l’incontro con lo Shicksalslied (Canto del destino) di Hölderlin e con la goethiana Harzreise im Winter (Viaggio d’inverno nello Harz). Tra musicisti, poeti, filosofi, politici, pedagogisti, l’eclettismo erudito di queste letture è la testimonianza di vasti interessi culturali.
Le citazioni racchiuse nello Scrigno sono principalmente di autori romantici e preromantici: vera e propria “antologia palatina” di un’epoca. Ricorrono poi letture comuni fra i musicisti: il contatto tra Brahms e Beethoven risiedeva nell’attenzione prestata a Schiller, Klopstock e Goethe, mentre condivideva con Schumann la predilezione per Jean Paul e con Schubert e Mahler l’interesse per Friedrich Rückert. Tra gli autori più presenti appaiono Novalis, Lessing, i fratelli Brentano (Bettina e Clemens), Chamisso, Eichendorff, Wackenroder, Uhland, in aggiunta ad altri letti in traduzione, tra cui Cicerone, Dante, Tasso, Shakespeare, Diderot e Byron.
Lo Schatzkästlein è solo parzialmente specchio degli interessi di Brahms perché, come ritiene Kurt Hofmann (Die Bibliothek von Johannes Brahms), egli riportava principalmente stralci di opere che non possedeva. Questo spiega l’assenza di E. Th. A. Hoffmann (la cui importanza s’intuisce fin dal rimando del titolo al giovane Kapellmeister Kreisler del titolo) e della Bibbia, letture che lo accompagnarono per tutto il corso della vita.
L’album cela un autoritratto: il compositore si specchia negli autori che trascrive, ed essi riflettono, a loro volta, la figura di chi li ha scelti, a maggior ragione perché spesso i testi sono interpolati con apporti personali. Brahms è sensibilissimo alle problematiche religiose e morali; tuttavia il tono generale delle citazioni, con i continui richiami a una vita morigerata, non è del tutto alieno da una certa retorica Biedermeier. Prontuario poetico per lenire i dolori dell’anima, lo Scrigno affianca a questa funzione autoconsolatoria l’immagine di un uomo ideale al quale Brahms sembra continuamente tendere.
Niente è stato più frequentemente colorito dai biografi del temperamento malinconico dell’inventore del motto F.a.e., acronimo di Frei aber Einsam (“libero ma solo”; tradotto in note musicali significa fa-la-mi, ed è il titolo della Sonata omonima per violino e pianoforte) coniato per l’amico violinista Joseph Joachim, ben s’addice anche a Brahms, perché questi appunti svelano un rapporto tutt’altro che sereno con la solitudine.
«Viviamo nell’era dei musicisti scrittori. Invece Brahms non scrive», osserva Philipp Spitta nel 1892, intendendo dire che egli non amava diffondersi sulle sue composizioni. Nell’album troviamo una conferma: i passi di argomento musicale sono presenti in misura inferiore agli altri e spesso inseriti − osserva Focher − in un contesto poetico-letterario (come nel frammento 241: «Anche lontano dal mare la conchiglia echeggia del mugghiare delle onde, e così anche all’autentico musicista, pur lontano dalle onde del suono, risuona il suo intimo come musica»). Gli scritti di estetica sono comunque testimoni di un’attenzione particolare per il compito spettante all’artista, quasi un imperativo categorico: «Anelate a un’unica cosa: conciliare l’arte con la vita! Realtà ed ideale mai più incedano separati» (Collin).
Il consiglio è di eleggere lo Scrigno a livre de chevet, giacché, con la sua natura frammentaria, si presta agevolmente a una lettura discontinua, inseguendo magari il fil rouge di una tematica o di un autore prediletto.
Benedetta Saglietti

L’Indice dei libri del mese, Maggio 2008, Anno XXV, n. 5, p. 34
 
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