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venerdì 14 ottobre 2011

Il premio Birgit Nilsson 2011 a Muti (video)

Riccardo Muti ha ricevuto ieri a  Stoccolma il Premio Birgit Nilsson 2011, "Nobel della musica". Alla cerimonia all'Opera Reale erano presenti re Carlo XVI Gustavo di Svezia e la regina Silvia. Secondo la motivazione della giuria il premio è stato conferito per «meriti straordinari in ambito teatrale e concertistico nonché un'influenza enorme nel mondo della musica».

Il video del discorso di Muti è su Youtube, come la sintesi della premiazione.

On 13 October 2009 the first award ceremony of the one million dollar Birgit Nilsson Prize took place in Stockholm. King Carl Gustaf of Sweden presented personally the Prize to the first winner Placido Domingo. Speech by Recipient Maestro Riccardo Muti the Award Ceremony 2011 at the Royal Swedish Opera
B.S.

mercoledì 21 settembre 2011

Il primo festival dedicato a Beethoven a Chicago

Il progetto di George Lepauw & Co.

È completamente diverso da qualsiasi altro, questo primo Beethoven Festival (14/18 settembre), nato da una costola dell'International Beethoven Project. Innanzitutto, la pazza idea: mettere insieme la musica, l'arte figurativa, il video, una masterclass, una tavola rotonda sull'iconografia e pure un assaggio di balletto dedicando 5 giorni e 5 notti non-stop a Beethoven. Come?
Leggi su Il Giornale della Musica

Ph. credits: Michael Sullivan msullivanart.com

venerdì 29 luglio 2011

Muti fa 70

Il Festival di Salisburgo ha celebrato ieri il settantesimo compleanno del Maestro Muti, insignito da Clemens Hellsberg, presidente dei Wiener Philarmoniker, del titolo di membro onorario della prestigiosa orchestra. Le foto ufficiali

Qui un momento "privato"...
Photo by Martin Schalk/Getty Images Europe

lunedì 23 maggio 2011

Le alpi nel melodramma

Le Alpi fecero una breve ma interessante comparsa sui fondali dipinti dei melodrammi italiani e la loro presenza ebbe un ruolo particolare nelle opere semiserie dei primi decenni dell'Ottocento. Nel corso dell'ultimo incontro di Seminario Marco Leo ha illustrato alcuni esempi significativi di presenza delle Alpi nel melodramma ottocentesco italiano, partendo dalle prime ambientazioni alpine nelle scene melodrammatiche di fine Settecento. Per ripercorrere questa storia ecco a disposizione un breve saggio di Leo sull'argomento.

domenica 6 febbraio 2011

Blog e giornali: la vita di una notizia

Si fa un gran parlare di blog e giornali. Generalizzando è probabile che qualsiasi strumento usiate per informarvi si tratti di una molteplicità di fonti: internet, carta stampata, aggregatori di notizie e così via. Un tema piuttosto inflazionato è giornali cartacei vs. web.

Giovanni De Mauro su Internazionale rifletteva sulla capacità di una notizia di essere "hot" (3 millisecondi): l'"anteprima" spettava un tempo ai giornali, dotati di mezzi superiori rispetto a chi giornalista non è.

Un esempio circa la vita di una notizia: Ennio Morricone ha composto 15 suonerie per la LG. La notizia è data dall'Independent, poi il 27 dicembre da Bleeding cool, ripresa il 29 dal blog Opera chic.
Solo il 7 gennaio approda sul Sole24ore.

martedì 28 dicembre 2010

Se Beethoven somiglia alla sua musica


Dall'Introduzione di Giorgio Pestelli a Beethoven, ritratti e immagini.  Uno studio sull'iconografia, collana De Sono Tesi, Torino, EDT 2010, pp. 256. In libreria a gennaio 2011.

È comune constatare la distanza che separa la fama immensa di Beethoven, la diffusione universale della sua musica, dalla penuria di conoscenze reali sulla vita e il carattere personale dell'uomo; intorno al quale, oltre alla barriera fisica della sordità (che lo isola completamente dal mondo solo nell'ultimo decennio), i posteri hanno a disposizione una serie di avvenimenti non molto appariscenti, dati isolati fra zone vuote, rapporti con il prossimo tutto sommato normali; certo, con le debite eccezioni di trasporti amorosi (poco documentati), vere amicizie e di qualche impennata in questioni famigliari; ma tutto scompare di fronte alla presenza dell'opera musicale, alla forza di rappresentazione che ne emana; tanto che, come notato da alcuni studiosi, molti tratti considerati peculiari dell'uomo in realtà sono stati desunti dai caratteri della sua musica; le testimonianze epistolari e diaristiche stanno un gradino sotto la verità e la plenitudine che ricaviamo dall'opera; se vogliamo toccare con mano Beethoven lo cerchiamo lì, dove la verità poetica ha emarginato la comune verità biografica.
A un primo sguardo, l'iconografia beethoveniana sembra aver seguito in linea generale una simile soggiacenza al fascino dell'opera musicale; le immagini che la tradizione ci ha consegnato sembrano in alcuni casi il prodotto di una sorta di "critica fisiognomica". Ora, l'originalità della ricerca di Benedetta Saglietti è quella di non essersi lasciata influenzare dall'impostazione più facile delle corrispondenze per seguire la via della filologia più rigorosa, ricostruendo il percorso seguito da disegni, stampe, dipinti, sculture in un tessuto di occasioni e rapporti sociali che finiscono con l'arricchire la stessa conoscenza biografica e umana del compositore. portrait images iconografia beethoveniana

Classica in tv: esterofilia. Qualcosa non va

Abbuffata di classica in tv nel periodo natalizio: al principio c'era Fazio e compagni (Abbado), poi il film A Slum Symphony, poi il Gran Concerto in versione natalizia, ancora il consueto concerto da Assisi (ma perché Michael Bolton?) e infine il M° Pappano che racconta "tre secoli di Opera Italiana" (così recita lo slogan del programma intitolato Va' pensiero, l'ultima puntata in onda questa sera 29 dicembre alle 23.15 su Rai3).

Al di là della qualità delle proposte (che comunque, bene o male,  sono tutte offerte dalla Rai) va osservato che chi non dispone di un decoder non può vedere programmi come il Gran Concerto (criptato per il satellite). Tuttavia, ai fortunati stranieri è consentito almeno di vedere il programma di Pappano, lieve e ben fatto. 

Questa mattina sul Corriere Aldo Grasso ha tuonato contro il Gran Concerto: mestizia a parte, si può obiettare che un tentativo di avvicinare la musica classica o "forte" ai più piccoli andrebbe salvaguardato (magari migliorando o ripensando il modo di porgerla).
Non solo: la proposta inerente Sky (Classica in chiaro) funziona solo per chi Sky ce l'ha... ovviamente!
Però come non dare torto a Grasso almeno su un punto? Due programmi di classica in tre giorni e due su due sono format stranieri!

Me l'ha detto l'uccellino...

lunedì 6 dicembre 2010

A slum symphony. Allegro crescendo di Cristiano Barbarossa

Al 62° Prix Italia è stato proiettato in anteprima al Teatro Gobetti di Torino "A Slum Symphony, Allegro Crescendo" di Cristiano Barbarossa.
Il film documentario, che passerà in tv nel periodo prenatalizio, ha seguito per 4 anni le vite di 5 ragazzi coinvolti nel Sistema di Orchestre Infantili e Giovanili del Venezuela fondato da José Abreu.
Il "Sistema", che offre lo studio gratuito della musica a chi non potrebbe permettersela, ha tante facce: la solitudine di Fabio, un ragazzino che vive in orfanotrofio; la tenacia di Angélica Olivos, violinista, 11 anni nel 2004, che passa dal Barrio Sarría (Caracas) alla tournée a Madrid con Dudamel, dopo aver commosso Abbado in un'audizione; i dubbi di Heidi, 14 anni, costretta ad abbandonare la musica dopo un incidente d'auto e ricominciare poi con la tuba; l'entusiasmo di Wilfrido, 20 anni, trombettista, studente universitario finito a suonare alla Carnegie Hall; la costanza di Jonathan Gabriel Guzmán Faría che all'inizio del film abita in una casa occupata e riesce poi ad arruolarsi nell'esercito senza abbandonare il suo violoncello. 
La retorica è ridotta al minimo: questi ragazzi vivono in condizioni difficili, ma Barbarossa mostra che la musica è sudore, duro lavoro di gruppo, riscatto sociale e come lì tutti siano convinti che abbia il potere di far crescere meglio. Le storie dei giovani musicisti sono ben contestualizzate, nei quartieri dove vivono, nella scuola di musica, a casa, con maestri straordinariamente tenaci e le loro (a volte disastrate) famiglie. Per i protagonisti la musica diventa una condizione irrinunciabile. Che effetto farà questo film in un paese dove in molti hanno tutto, ma sempre meno hanno accesso al far musica?
Benedetta Saglietti

Da Il Giornale della Musica

Il film sarà trasmesso su Rai Tre l'11 dicembre alle 21.30. Guarda il trailer

venerdì 12 novembre 2010

Muore il lago di Puccini

Il celebre lago di Massaciuccoli è inquinato e versa in stato d'incuria; il WWF ha presentato un esposto alla procura per "danneggiamento aggravato di acque pubbliche, distruzione e deturpamento di bellezze naturali, immissione di rifiuti nelle acque superficiali, danneggiamento di specie animali e vegetali", scrive in due recenti articoli il Corriere / [2]

Questo scampolo di Toscana, un tempo incontaminato, fonte d'ispirazione e di relax, era molto caro a Puccini, che lì compose diverse sue opere.

Sembra che la sfortuna (ma è proprio solo sfortuna?) non smetta di accanirsi: l'anno scorso una piena ha minacciato la casa di Puccini per la rottura di un argine del Serchio.
Si potrà fare ancora qualcosa per la difesa di questo luogo dell'anima o è già troppo tardi? 

B.S.

giovedì 28 ottobre 2010

Addio a Walter Baldasso

Giovedì 28 ottobre ci ha lasciati Walter Baldasso. Era nato a Moncalieri nel ‘41. Massimo Scaglione ha scritto sulla Stampa di oggi: 

"Appassionato di lirica, ha percorso l’Italia e l’estero inseguendo cantanti, direttori d’orchestra, registi. Fautore di rassegne ovunque, aveva dato vita in città a concorsi musicali con il tipico gusto dello scopritore. Esempio probante di chi, senza tanta prosopopea, ha saputo pronunciare parole nuove nel mondo della musica, Baldasso ha alternato all’attività principale quella di critico e di giornalista, anche per Stampa Sera, del mondo della lirica."

Lo ricordiamo instancabile animatore dei concerti dell'Educatorio della Provvidenza e di altre iniziative come la maratona musicale organizzata  lo scorso anno in occasione della Festa Europea della Musica.
Il suo entusiasmo ci mancherà.

lunedì 30 agosto 2010

L'anno di Wolfgang Rihm

Non c'è dubbio che questo sia un anno speciale per Wolfgang Rihm. Dopo aver dedicato gli ultimi 6 mesi alla composizione della sua ultima opera ispirata dai Ditirambi di Dioniso (la cui gestazione è durata per ben 14 anni, quando a dicembre ha messo via gli abbozzi e ha ricominciato da capo il lavoro, completandolo), questa è stata finalmente eseguita per la prima volta nella Haus für Mozart, nell'ambito dei Salzburgerfestspiele. 
Leggi la recensione di Dionysus

 La scena finale di Dionysos © Ruth Walz

 Altre foto dell'opera
 
Ultimi fatti salienti: a marzo la BBC gli ha dedicato 3 puntate del programma Total Immersion, nel frattempo è arrivato il Leone d'oro alla carriera, che gli sarà consegnato il 30 settembre; infine dividerà con Helmut Lachenmann la prossima edizione di Mito Settembre Musica.

Leggi le recensioni su  Lachenmann / Schoenberg - mdi ensemble

"Et lux" Rihm - Arditti / Hilliard

domenica 15 agosto 2010

A qual fine si studia la Storia della musica? Dahlhaus e Zarlino

Il famoso articolo di Dahlhaus, apparso sul «Saggiatore musicale», XII, 2005, pp. 219-230, si poneva due domande:

(1) A quale scopo si insegna la storia della musica? quali valori può essa apportare alla formazione di uno studente non necessariamente proiettato verso la musicologia?

(2) Come e cosa insegnare per conseguire questo scopo e questi valori?

Qualche tempo fa Tarcisio Balbo ha divulgato questo brano, tratto dal terzo capitolo delle Istitutioni harmoniche (1558), di Gioseffo Zarlino.

A che fine la Musica si debba imparare

L'huomo bene istituito non debbe esser senza Musica; però douendola imparare, auanti che piu oltra passiamo, voglio che veggiamo qual fine egli si debba proporre, poi che intorno a ciò sono stati diuersi pareri; il che veduto, vederemo ancora l'vtile, che dalla Musica ne viene, et in qual maniera la douemo vsare.
Incominciando adunque dal primo dico, che sono stati alcuni, li quali hanno hauuto parere, che la Musica si douesse imparare per dar solazzo et dilettatione all''vdito; non per altra ragione, se non per far diuenir perfetto questo senso, nel modo che diuenta perfetto il vedere, quando con dilettatione et piacere riguarda vna cosa bella et proportionata: Ma in vero non si debbe imparare a questo fine; imperoche è cosa da volgari et da meccanici: essendo che queste cose non hanno in se parte alcuna di virtuoso (ancora che acchetando l'animo habbiano del diletteuole) et sono cose da huomini grossi, li quali non cercano se non di satisfare al senso, et a questo solo fine attendono.

sabato 14 agosto 2010

Muti: 200 volte al Festival di Salisburgo con Ivan il Terribile

Il 17 agosto, quando dirigerà il concerto con le musiche di Prokof’ev per Ivan il Terribile, Riccardo Muti festeggerà le 200 presenze al Festival di Salisburgo.

***breaking news***

Con la prima dell'Ivan il Terribile (Muti ha diretto un cast stellare composto da Gérard Depardieu e Jan Josef Liefers, le due voci recitanti, Olga Borodina, Ildar Abdrazakov, i Wiener Philarmoniker, il Salzburger Festspiele Kinderchor, e il Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor), stamane i Salzbugerfestspiele si sono infiammati:  15 minuti di applausi e standing ovation.
*****
Wiener Philharmoniker 3: 
 Gérard Depardieu - Riccardo Muti -
 Wiener Staatsopernchor © Silvia Lelli
Nell'intervista rilasciata a La Stampa parla a ruota libera su passato (l'esordio al Festival, nel 1971, chiamato da Karajan), presente  (Orfeo ed Euridice e Ivan il Terribile) e futuro, circa il lavoro con la Chicago Symphony Orchestra e con l'Opera di Roma, e poi il nuovo progetto del Festival di Pentecoste nel 2011, con I due Figaro di Mercadante, melodramma buffo in 2 atti, ritrovato recentemente da Paolo Cascio a Madrid, il quale ha curato anche l'edizione critica insieme a Victor Sanchez Sanchez, edita da Ut Orpheus Edizioni di Bologna.

venerdì 16 luglio 2010

Musica come tempo, Hans Heinrich Eggebrecht

Riproponiamo un contributo di Eggebrecht, nella pregevole traduzione di Maurizio Giani, tratto da Il Saggiatore Musicale, originariamente presentato nel corso di una delle quattro acclamatissime lezioni che il musicologo tenne nel Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, come docente ospite di Storia della musica, tra il 12 e il 16 ottobre 1998. 

Cos’è il tempo? Non lo so. Però mi piacerebbe saperlo. Per questo me lo chiedo. Mi piacerebbe saperlo in rapporto alla musica, di cui mi sono sempre occupato e nella quale quel che chiamiamo ‘tempo’ ha una parte così importante. E mi piacerebbe saperlo anche in via di principio – non solo perché la sfera dei principii deve accompagnare ogni approccio alla musica, ma anche perché quando si diventa vecchi si avvicina la fine del tempo concesso alla nostra vita. Mi piacerebbe unire l’elemento di principio alla musica, ed entrambi alla vita. Ma so già che, nonostante le domande e le riflessioni, non saprò mai cosa sia il tempo. 

Si dice: ‘non ho, ho poco, ho molto tempo’; oppure: ‘il tempo mi fugge’, oppure ancora: ‘mi prendo tempo’. Tutto questo, e altro del genere, quando vien detto, noi lo comprendiamo senz’altro. Ma cos’è quella cosa che non ho, o di cui posso dire che ne ho poca, o molta, che mi fugge e che mi posso prendere?

Credo che sia possibile trovare una risposta a domande del genere considerando anzitutto l’orologio. L’orologio è una macchina inventata dall’uomo per misurare il tempo, che si basa su movimento, unità di misura e numero. Qui l’unità di misura è determinata geofisicamente e viene misurata facendo riferimento al sole, alle stelle o alle maree, all’acqua o alla sabbia, a un sistema di rotelle con contrappesi, molle e pendolo, oppure all’elettricità, al quarzo e all’atomo. Tuttavia non è il funzionamento della macchina, né la storia di questo funzionamento, unito a un costante perfezionamento della misurazione, che ci interessano qui, ma solo il fatto che esiste una misurazione del tempo, l’orologio (Uhr) – parola che deriva da una unità di misura, cioè dal latino hora, ‘ora’. 

giovedì 8 aprile 2010

Andar per siti: Neuhaus e Godowsky

Se avete familiarità con Richter, Gilels, Lupo e la leggendaria scuola pianistica russa avrete probabilmente sentito nominare il loro insegnante Heinrich Neuhaus  (1888-1964), il cui nome traslitterato suona Genrih Gustavovic Nejgauz. Neuhaus è  stato anche l'autore dell’ottimo L’arte del pianoforte (Rusconi), ormai purtroppo da tempo esaurito, così come il volume Riflessioni, memorie, diari a cura di Valerij Voskobojnikov (Sellerio), raramente reperibile persino in biblioteca. Il sito bilingue neuhaus.it offre un’accurata presentazione, la discografia, gli mp3 e una galleria fotografica del maestro. Interessante la sezione dedicata alla voce e la musica di Lev Tolstoj, anche se non è la prima volta che saltano fuori rarità audio: avevamo già parlato (qui) della registrazione della voce di Brahms. Completa la bibliografia, anche se, vista la deplorevole penuria di titoli di Neuhaus in circolazione, si sarebbero potuti citare più ampiamente i suoi scritti. Attenzione particolare, a Richter in primis, è riservata a coloro i quali orbitarono intorno al grande didatta. 


lunedì 1 marzo 2010

In viaggio verso Breughellandia


Marida Rizzuti, Sipario 2009.

Mentre si scorre il cartellone dell'Opera di Roma si è avvolti da una certa curiosità e attesa imbattendosi ne Le grand macabre di György Ligeti; la curiosità nasce dalla natura del lavoro del compositore ungherese, l'attesa è rivolta alla compagnia che lo porterà in scena: la Fura dels Baus. La prima rappresentazione avrà luogo il 18 giugno, seguita da quattro repliche il 19, il 20, il 21 e l'ultima sarà il 23 giugno. Il maestro concertatore e direttore sarà l'ungherese Zoltán Peskó.

Le grand macabre non è mai stata rappresentata al Teatro dell'Opera; l'ultima rappresentazione in Italia risale al 1997 al Teatro Comunale di Ferrara, nella prima versione. L'opera è stata oggetto di una revisione da parte del compositore nel 1996; intorno al 1965, mentre Ligeti approntava la conclusione di Aventures e Nouvelles Aventures, nasce l'idea di un lavoro teatrale di ampio respiro, anche grazie al suggerimento di Göran Gentele, direttore dell'Opera Reale di Stoccolma, disposto a sostenerlo con appoggi e mezzi necessari alla realizzazione. La creazione e la gestazione del testo è stata lunga e laboriosa: Ligeti interruppe la composizione per la prima volta nel 1972 in seguito alla tragica scomparsa dell'amico e mentore Gentele a causa di un incidente d'auto; nell'anno successivo ad Amburgo ebbe luogo la prima di Staatstheater di Mauricio Kagel e per il compositore transilvano apparve ancora più difficile portare a termine il progetto iniziale, perchè già con la sua Aventures e ora con l'"anti-opera"di Kagel la gestualità vocale e gli esperimenti di teatro musicale erano stati esplorati appieno. Ma Ligeti va oltre una simile impasse, decidendo di creare un 'anti–anti–opera' e dunque, se due negazioni affermano, un'opera. Come fonte di ispirazione per il suo libretto, realizzato da Michael Meschke, regista anche della prima rappresentazione a Stoccolma il 12 Febbraio 1978, sceglie una pièce in tre atti, scritta quarant'anni prima, La Ballade du grand macabre dello scrittore belga di lingua francese Michel de Ghelderode.
Creare un'opera basata sui quadri di Breughel e Bosch e sui testi di autori come Jarry e Ionesco, esponenti del Teatro dell'Assurdo, Kafka, e Boris Vian è stato l'intento di Ligeti, la cui realizzazione si è palesata attraverso la struttura e la forma del libretto, intriso di situazioni paradossali, e poi attraverso la musica, la cui tessitura – come afferma l'autore – «non dovrebbe essere sinfonica. La concezione musicale e drammatica dovrebbe essere lontana dai territori di Wagner, Strauss e Berg, più vicina alla Poppea di Monteverdi, al Falstaff di Verdi e al Barbiere di Rossini, ma in realtà ancora differente: in effetti non dovrebbe rifarsi ad alcuna tradizione, neppure all'avanguardia».

venerdì 8 gennaio 2010

Carpe diem! Istant cd, opera al cinema, archivi e mediashop: un’utopia?

Ha cominciato il Metropolitan di New York trasmettendo le opere della stagione 2007/2008 nei cinema di alcune città austriache; l’operazione aveva suscitato consensi, ma anche polemiche per il costo elevato del biglietto. Ora sembra diventata una (buona) abitudine: la Carmen alla Scala dello scorso dicembre è stata trasmessa in tutto il mondo e anche in diverse città italiane. Alcuni critici stranieri si sono entusiasmati: basta leggere l'articolo di Manuel Brug sulla Die Welt.

Nella foto Così fan tutte (Salzburg 2009).
Al Regio di Torino qualche anno fa, in occasione della recita di Pierino e il lupo di Prokof’ev (se n’era parlato sul Giornale della Musica n. 224), è stato prodotto da Elio e le Storie tese (Elio era la voce narrante) il primo istant cd di classica, consentendo al pubblico di acquistare a fine serata il cd dello spettacolo realizzato in tempo reale. Le difficoltà tecniche sono state superate, ma l'esperimento non è stato bissato.

Il desiderio di accorciare i tempi fra l’esecuzione in teatro e la voglia di un prodotto audio o video immediato di cui poter fruire in differita sembra esserci: ora viene da augurarsi che questa pratica, al pari del successo riscosso dalla proiezione nei cinema dell’opera, conosca un seguito nel prossimo futuro.  L'istant cd eviterebbe, tra l’altro, la registrazione illegale (bootleg), quasi l’unico sistema per conservare memoria del concerto in presa diretta (che tutti noi, una volta o l’altra, durante quel concerto memorabile - ricordi quella volta? Pollini non ha mai più suonato così! - siamo stati tentati di fare). Sembrano andare in questa direzione anche gli esperimenti di streaming video messi in pratica da molte istituzioni: uno dei migliori è la Medici Tv, per non parlare della spettacolare Digital Concert Hall dei Berliner (a pagamento), che hanno, tra l'altro, appena inaugurato anche un canale su You Tube.

Ben venga l’apertura di mediateche che decreta il superamento della consultazione elitaria: però la documentazione audio e video in possesso dei teatri potrebbe essere sfruttata meglio con la ristampa delle rarità: il sistema distributivo già esiste, gli spettatori fanno già acquisti prima o dopo gli spettacoli nel book/cd shop di teatri come La Scala, o presso le piccole bancarelle di vendita “artigianale” nel foyer.
La commercializzazione del materiale d’archivio, probabile motivo di interesse per chi all’epoca era presente, e ancor più per chi non c'era, rimetterebbe in circolazione le incisioni storiche. Chi si ricorda, ad esempio, di Karajan che, nell’ottobre del 1942 alla testa dell’Orchestra dell’EIAR, diresse “Haffner” &“Jupiter” di Mozart?
Benedetta Saglietti 

martedì 1 dicembre 2009

Come un poeta scrive di musica: storia di un amore

Dieci anni fa il Corriere della Sera inaugurò una rubrica con la quale andava alla ricerca di "un consiglio d'autore sul libro, la musica, il film, l'opera d'arte da utilizzare come talismani di felicità".

L'8 agosto 1999 fu la volta del poeta Giovanni Raboni (1932-2004), celebrato autore de Le case della Vetra, al quale venne chiesto un articolo sul suo elisir. Di seguito uno stralcio, tratto dall'archivio storico del Corriere:

"Una musica, naturalmente. Ma quale? Un madrigale di Monteverdi? Una cantata di Bach? Una sinfonia di Mozart? Un quintetto di Schubert? Nessuno potrà mai indurmi a scegliere, fra le mille e una composizione che hanno nutrito e continuato a nutrire la mia esperienza del mondo, quella da anteporre a tutte le altre: "il mio", come sta scritto, "elisir"... Sarebbe come voler individuare, fra tutti i battiti del cuore che mi hanno fatto arrivare fin qui, il più indispensabile, quello che più di ogni altro mi ha tenuto in vita. Assurdo.

E invece un modo, forse, c'è; ma per arrivarci dovrò percorrere una strada lunga e magari un pò tortuosa sulla quale non sono affatto sicuro che qualcuno avrà voglia di seguirmi.

Si parte, tanto per cambiare, dalla guerra: la solita, quella del '40-'45. Fu durante la guerra, e per motivi ad essa angosciosamente connessi, che all'età di nove o dieci anni interruppi lo studio del pianoforte intrapreso qualche tempo prima per tenace volere di mia madre. L'interruzione doveva essere temporanea e fu definitiva.
Il bisogno d'un qualche concreto fare estetico - un bisogno che avvertivo sin da quando avevo acquistato una prima, embrionale consapevolezza di me - si riversò sulla letteratura, e il mio amore per la musica si trasformò in "amore da lontano", senza possesso né speranza di possesso, come quello cantato dai poeti medievali. Finita la guerra, tornati a Milano, cominciò il mio lungo apprendistato di musicomane passivo, dotato ormai soltanto - perduta per sempre quella di collaboratore in un modo o nell'altro alla sua "messa in atto" - della facoltà di ascoltarla, la musica, e di fantasticare all'inifinito su di essa. Per uno studente c'erano, per fortuna (spero ci siano ancora), parecchie possibilità di coltivare questa passione senza dover sostenere grandi spese.

La Società del Quartetto, costretta in quei primi anni postbellici a inventarsi sedi provvisorie (vi furono stagioni di concerti in un cinema appena costruito in viale Piave, altre in un vecchio cinema di corso Vercelli), offriva abbonamenti a prezzi speciali, e temo di averne approfittato anche oltre i limiti d'età stabiliti. E c'era il loggione della Scala, naturalmente, le volte che non si riusciva a trovar posto nel palco di qualche compagno di scuola particolarmente ricco [...]. E ci furono, un po' più tardi, i Pomeriggi musicali al Nuovo, di cui una cugina di mio padre, con la scusa di "farsi accompagnare", mi pagava l'abbonamento, e dove - sì proprio lì, in quel luogo oggi consacrato ai fasti di "Grease" - mi capitò d'assistere al debutto milanese d'un giovane, e a noi sconosciuto, Sergiu Celibidache...

Non è stato un problema, insomma, negli anni del liceo e dell'Università sfamarmi di musica dal vivo. I problemi cominciarono quando mi prese, in aggiunta, la smania di portarmele a casa, di averle in casa, di poterle sentire e risentire a mio piacimento (illudendomi cosi' , in un certo senso, di "possederle"), le musiche che via via scoprivo; cioè lo si sarà capito, di procurarmene delle riproduzioni discografiche.

[...]

E l'elisir? Ci sto arrivando. Quando si trattò, finalmente, di progettare l'acquisto del mio primo 33 giri, le esitazioni, i dubbi, l'impressione di dover compiere una scelta in qualche modo fatale, che avevano accompagnato fino a quel momento tutti i miei tormentati e gioiosi investimenti discografici, si fecero ancora più assillanti. Da dove cominciare, anzi: da dove ricominciare?

Continua sull'archivio storico del Corriere della Sera.

BS

mercoledì 4 novembre 2009

La critica musicale è morta? Evviva la critica musicale!

Introduzione al volume La pulce nell'orecchio, Marsilio 2001 (apparsa con qualche taglio su La Stampa, 9 agosto 2001).

La morte del critico di Giorgio Pestelli

«Mettere la pulce nell'orecchio a uno è dargli da pensare», diceva già l'umanista Adriano Politi, e l'ambizione di questa raccolta di scritti è quella di ricavare da ascolti, incontri e letture occasionali qualche pretesto di cultura musicale più durevole della prima impressione; anche la musica di sottofondo, dicono alcuni, aiuta a pensare, ma a condizione di non ascoltarla, badando ad altro; qui l'attività pensante piacerebbe ricondurla all'interno della musica, riflettendo su cosa e come si è ascoltato, ma anche su cosa accogliamo in noi mentre si presta orecchio a questa o quella musica, a questa o quell'altra esecuzione.

La maggior parte degli articoli provengono dalla mia collaborazione al quotidiano «La Stampa», da cui anni fa avevo già estratto l'antologia: «Di tanti palpiti - Cronache musicali 1972-1986» per l'editore Studio Tesi; «La pulce nell'orecchio», radunando scritti dal 1987 al 2001, costituisce in qualche modo il seguito di quella raccolta da tempo esaurita. Trovandomi tuttavia a scegliere in un materiale più eterogeneo e paurosamente più abbondante, ho preferito dargli un aspetto più sistematico distribuendolo in tré sezioni: la prima, di scritti per la 'terza pagina' o per riviste culturali, comprende ritratti di musicisti e di studiosi, ricordi di interpreti, profili di composizioni o di libri musicali che per qualche motivo hanno fatto notizia; l'ultima sezione è dedicata a interventi di umore più vario, note sul costume musicale, curiosità, frizioni della musica su corpi estranei. Al centro prendono posto le recensioni di opere e concerti, le cronache musicali vere e proprie, nel loro libero scorrere e nella misura che mi è stato possibile testimoniare; dove lacune e casualità saranno indubitabili. [...]

sabato 3 ottobre 2009

Quando m'en vo' soletta... pel centro commerciale!

Come si può portare l'opera in televisione? L'esperimento è stato più volte tentato, spesso con risvolti economici negativi. Si pensa talvolta che l'opera sia un evento da teatro chiuso, pensato per persone nostalgiche e anzianotte oppure per intellettuali snob e sfaccendati.
L’apparecchio televivo è lontano da questi personaggi: si trova in sala da pranzo, avvolto dai fumi dell'arrosto e incorniciata da bomboniere di carta pesta; sarebbe poco elegante trasmettere l'opera in questo contesto. Spesso si pensa che l'opera, mummificata nella sua tradizione non tanto lontana, debba rimanere fuori dalla vita quotidiana (sede della cattiva musica!).
In contrasto con tutti questi pregiudizi, i produttori della franco-tedesca ArteTV hanno scommesso sull'opera calata nella vita di tutti i giorni e trasmessa in televisione. L'anno scorso ArteTV ha girato una Traviata nella stazione di Zurigo, in mezzo ai passeggeri e ai curiosi. Qualche settimana fa questo canale -in collaborazione con le tv svizzere- ha mobilizzato più di 200 persone (cantanti, musicisti, comparse, tecnici, attori, ecc.), per mandare in diretta televisiva e streaming una versione della Bohème ambientata in diversi posti dei sobborghi di Berna. La soffitta di Rodolfo e compagni è diventata un appartamentino di periferia; il caffé Momus è stato trasferito dal quartiere latino al centro commerciale Westside; il finale si svolge alla fermata dell'autobus. I problemi tecnici sono stati importanti poiché per ogni quadro (ambientato ciascuno in un luoghi distanti tra di loro) dovevano spostarsi cameramen, addetti al suono, cantanti e comparse. L'orchestra suonava in una sede fissa, perciò la difficoltà risiedeva nel sovrapporre a tavolino le voci dei cantanti con i suoni degli strumenti. Tra uno spostamento e l'altro un gruppo di giornalisti intervistava il pubblico: le stesse domande erano poste sul blog, accessibile a chi seguiva l'evento in streaming. Anche i cantanti, in questi momenti di pausa, venivano coinvolti per anticipare eventi e commentare scene.
L’evento ha ottenuto un buon successo di pubblico ed è riuscito a coinvolgere emotivamente passanti e acquirenti del centro commerciale. Da molti punti di vista (come ad esempio da quello acustico) la realizzazione di un’opera all’aperto non è la soluzione ideale, tuttavia eventi del genere servono per vivacizzare il genere e per dimostrare che l’opera può ancora dialogare con il pubblico contemporaneo.

Per vedere l’opera e saperne di più clicca qui.
Un esperimento analogo commentato da questo blog.

LP
 
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