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lunedì 14 marzo 2011

Pappano in web

L'esperimento del primo della serie di concerti che saranno trasmessi in streaming (con lo sponsor di Telecom Italia e il media partner de Il Sole 24 Ore) dall'Accademia di Santa Cecilia diretta da Pappano sembra riuscito: buone le immagini, ancora meglio l'audio. Andrebbe potenziata la chat che, in effetti, si rivela uno degli elementi più innovativi perché consente di leggere in diretta i commenti degli ascoltatori, vero Zeitgeist del momento! Un po' lenta nel caricarsi però...
Migliorabile la presentazione video, ammortizzabili i tempi morti dell'intervallo - si programmi un approfondimento o una bella intervista non sarebbe male! -; si potrebbe inoltre perfezionare il contributo del musicologo che risponde  in diretta alle domande degli ascoltatori (in se una buona cosa, se non fosse che alcuni quesiti sono abbastanza sconfortanti in quanto a banalità), facendo una selezione più rigorosa.
C'è infine anche chi, tra gli ascoltatori/spettatori, ha fatto notare le differenze in termini qualitativi tra questo streaming e quello dei Berliner; va detto che le diverse telecamere che riprendono il concerto rendono la visione non statica come quando in passato una sola telecamera fissa inquadrava gli orchestrali e il direttore.
Vedremo cosa migliorerà nelle prossime dirette... i prossimi appuntamenti saranno un altro concerto sinfonico del 16 settembre e un concerto da camera con il violoncellista Luigi Piovano (16 marzo).

martedì 1 febbraio 2011

Contro Allevi la rivolta dei blog di musica classica

Prima è arrivato un invito per 150 lettori de La Stampa.

Poi la rivolta. Michela Tamburrino scrive stamane, sempre su La Stampa (p. 38):

"La protesta è tutta dell’etere. Lì nasce e lì prospera. Potere dei blogghisti [sic!] che contestano pesantemente Giovanni Allevi e la Rai responsabile, a loro dire, di aver dato guazza all’aria gonfiata."

Che succede? La Rai ha invitato a dirigere l'inno nazionale Giovanni Allevi che ha raccontato, con la solita retorica, il backstage della serata che si è svolta al Teatro Gobetti di Torino il 31 gennaio 2011 in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia.

Tamburrino fa riferimento anche della petizione del M° Gian Luigi Zampieri, che ha raccolto in un giorno circa 600 adesioni, a cui ha aderito anche Ivan Fedele.

E' una mezza vittoria, poichè Allevi non sarà certo un novello Riccardo Muti, ma almeno non ha stravolto (questo il timore di Zampieri, si vociferava infatti di una versione "alleviana", mentre nell'interpretazione, tutto sommato piuttosto tradizionale, si aveva la sensazione che l'orchestra andasse avanti benissimo da sola senza troppo badare al riccioluto direttore in jeans, che fa tanto giovane, oppure tanto "orchestra in sciopero", dipende dai punti di vista) l'inno nazionale, come ha fatto anche notare Giorgio Pestelli.

E poi, ci siamo anche noi. "Anche Massimiliano Génot, pianista e docente al Conservatorio di Torino è entrato in rete con la sua protesta attraverso il blog dei giovedì Musicali dell’Università di Torino: «Basta con la cialtroneria italiana giustificata e santificata dal successo di pubblico. C’è un’Italia musicale onesta, coscienziosa»". rivolta dei blog contro Allevi

Aggiornamento: lettere al Direttore La Stampa, 2 febbraio 2011

Qui la sintesi

La puntata precedente: quando Allevi era stato invitato al Senato, due riflessioni [1] e [2]

Infine: un distillato (anche) dell'Allevi-pensiero di Alessandro Trocino

lunedì 31 gennaio 2011

Allevi dirige l'Inno italiano e l'Orchestra Rai?!

Accogliamo e volentieri pubblichiamo:

L'Italia ha formato e sta formando, attraverso i suoi Conservatori e scuole di musica, teatri e quant'altro, centinaia di musicisti ben più degni di tal Giovanni Allevi di rappresentare l'Italia musicale attraverso l'inno di Mameli, e soprattutto ben più onesti, perchè non spacciano per materiale proprio ricopiature di brani altrui, scopiazzate non denunciabili per plagio solo per via dei diritti scaduti.
Basta alla cialtroneria italiana giustificata e santificata dal successo di pubblico. C'è un'Italia musicale onesta, coscienziosa, che non ricerca il successo ad ogni costo e con ogni mezzo che chiede di essere rispettata. No alla presenza di Allevi! 
Non escludiamo l'organizzazione di contromanifestazioni musicali da parte dei  musicisti onesti e non baciati dai successi ruffiani.
       Massimiliano Génot


Lunedì 31 gennaio alle 20 l'Inno di Mameli-Novaro torna al Teatro Gobetti* (dove una targa ricorda che venne eseguito per la prima volta in assoluto in questo teatro nel 1847): l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai  sarà diretta da Giovanni Allevi nella serata "Fratelli d'Italia" presentata da Milly Carlucci, in diretta su Rai Radio1, visibile anche sul sito www.radiouno.rai.it

*La nostra proposta: andiamo a tirargli le uova

Oppure puoi firmare la petizione di Gian Luigi Zampieri, direttore d'Orchestra e docente al Conservatorio di Musica "L. Refice" di Frosinone.

martedì 28 dicembre 2010

Classica in tv: esterofilia. Qualcosa non va

Abbuffata di classica in tv nel periodo natalizio: al principio c'era Fazio e compagni (Abbado), poi il film A Slum Symphony, poi il Gran Concerto in versione natalizia, ancora il consueto concerto da Assisi (ma perché Michael Bolton?) e infine il M° Pappano che racconta "tre secoli di Opera Italiana" (così recita lo slogan del programma intitolato Va' pensiero, l'ultima puntata in onda questa sera 29 dicembre alle 23.15 su Rai3).

Al di là della qualità delle proposte (che comunque, bene o male,  sono tutte offerte dalla Rai) va osservato che chi non dispone di un decoder non può vedere programmi come il Gran Concerto (criptato per il satellite). Tuttavia, ai fortunati stranieri è consentito almeno di vedere il programma di Pappano, lieve e ben fatto. 

Questa mattina sul Corriere Aldo Grasso ha tuonato contro il Gran Concerto: mestizia a parte, si può obiettare che un tentativo di avvicinare la musica classica o "forte" ai più piccoli andrebbe salvaguardato (magari migliorando o ripensando il modo di porgerla).
Non solo: la proposta inerente Sky (Classica in chiaro) funziona solo per chi Sky ce l'ha... ovviamente!
Però come non dare torto a Grasso almeno su un punto? Due programmi di classica in tre giorni e due su due sono format stranieri!

Me l'ha detto l'uccellino...

mercoledì 6 maggio 2009

Punti di vista (ancora) sul Requiem di Mozart

A: Cosa te n’è parso di quest'interpretazione del Requiem?

L’incontentabile: Non mi sono entusiasmato, ma il coro (della Radio Svedese) è una meraviglia, se poi smussasse qualche spigolo, sarebbe la perfezione.

A: Sì, il coro è stato ottimo. Hai notato lo strano effetto di risonanza (tipo cassa armonica) che riuscivano a creare? Io non l'avevo mai sentito prima.

L’incontentabile: Abbado è strano, fa benissimo certe cose (l’Oro supplex, alla fine del Confutatis) ma sembra distratto nell’unico pezzo tutto scritto da Mozart, l’Introitus, e poi inserisce Sanctus e Benedictus che sono bruttini e sproporzionati, uno cortissimo l’altro lunghissimo, e quella fuga sull’Osanna cui hanno messo mano un po’ tutti e non si capisce più cosa sia. Non è stata un’interpretazione particolarmente intensa…

A: Sul non particolarmente intensa sono d'accordo: è come se Abbado guardasse a una certa distanza senza esser mai lasciarsi troppo coinvolto dalla musica, carenza d’immedesimazione o poca emotività (se non in qualche raro momento, come nel Lacrimosa)...

L’incontentabile: Ma tutto sommato, la sua non è una lettura solenne e questo può bastare. La perfezione sarebbe un’esecuzione intensa come quella di Bernstein e raccolta come quella di Abbado.

A: Cosa ne faresti del Sanctus e del Benedictus che non contengono neanche una riga mozartiana?

L’incontentabile: Semplicemente li ometterei, conseguendo così due scopi: non eseguire due pagine decisamente deboli e stilisticamente lontane dal resto (per motivi, questi si, opposti); restituire un’immagine di incompiutezza di cui chi ascolta tende ormai a non essere più consapevole. Il luogo vero in cui il Requiem esiste è nell’abbozzo. E quella versione che è in grado di farci scoprire quanta violenza, quanto stupore e quanta dolcezza ci sia già nel frammento, è la più vicina all’ideale: ascoltare il Requiem dentro di sé, interiormente, seguendo solo ciò che Mozart è riuscito a scrivere nell’incompleta partitura.

Qui un link per farsi un'idea del torso

venerdì 12 settembre 2008

12 settembre

In tutte le agende ci sono date più affollate di altre, perché gli eventi non badano ai giorni ma s’insinuano a loro capriccio nelle anse del fiume, sia esso quello grande della Storia mondiale, quello medio degli avvenimenti interni di una nazione, o quello piccolo della cronaca locale. L’11 settembre è ormai su scala planetaria sinonimo di Twin Towers e Ground Zero, laddove fino a sette anni fa era lo era di Salvador Allende e di Inti-Illimani; fino a oggi, il 12 settembre era una data abbastanza qualunque, ma da quest’anno potrebbe essere quella di morte dell’Alitalia, e conseguentemente quella di nascita dell’incubo-disoccupazione per alcune migliaia di lavoratori e per le loro famiglie. Passando dal palcoscenico nazionale a quello metropolitano, c’è inoltre modo di notare come in questo 12 settembre si diano appuntamento, a Torino, due eventi solo apparentemente privi di connessioni reciproche.

Quando nella sala del cinema intitolato ai Fratelli Marx si farà buio, e sullo schermo compariranno i primi fotogrammi della Fabbrica dei tedeschi, il film dedicato da Mimmo Calopresti alla tragedia della Thyssen-Krupp, da qualche ora la Villa Tesoriera avrà smesso di essere quello che per i torinesi della mia età è stata da sempre: la biblioteca musicale pubblica che tutta Italia ci invidia. Per fortuna, la chiusura della sede non comporta quella dell’istituzione: tra qualche mese i libri saranno di nuovo disponibili, più vicini al centro cittadino, secondo modalità di consultazione, distribuzione e prestito più snelle e al passo coi tempi. Mancherà, questo sì, quell’atmosfera rarefatta, aristocratica al punto da imporre fino all’ultimo il costume antico dell’utilizzo del catalogo cartaceo; e con lei svaporeranno quei tempi, rilassati ma mai estenuanti, di attesa al bancone; favorevoli al nascere - in parallelo a qualche carriera - di infatuazioni effimere, di passioni durature, di amicizie solide, di amori grandi e piccoli.
Cosa accomuna la Thyssen e la Tesoriera, a parte la “T” iniziale? È da un pezzo che me lo chiedo, ossia da quando il trasferimento della biblioteca è stato annunciato qualche mese fa, e dato che nessuno me l’ha saputo spiegare adesso provo a spiegarlo io.

La sera del 5 dicembre 2007, mentre alcuni operai si davano il cambio in acciaieria, io entravo in "sala presse". Loro andavano a lavorare, io ad ascoltare musica. Mentre alla Thyssen partiva la colata delle nove, al Lingotto entrava in scena Pollini, quello che ai tempi in cui “11 settembre” voleva dire Allende e Inti-Illimani andava a suonare Stockhausen nelle Thyssen di allora, inseguendo il sogno un tantino velleitario di mettere la classe operaia in sintonia con la musica che ambiva a denunciare l’alienazione dell’individuo moderno. L’onestà intellettuale che animava quelle scelte era se possibile superiore al valore artistico degli eventi che produceva ma, valutata a tre decenni di distanza, la ricaduta di quelle iniziative sull’educazione musicale della classe lavoratrice si dimostra inapprezzabile; e non a causa della presunta scomparsa del proletariato.

Quello del 5 dicembre 2007 era un concerto speciale, e non solo per la fama dell’interprete e per l’originalità del programma. Si trattava di un concerto che l’Unione Musicale e Mi-To Settembre Musica avevano voluto dedicare – a un anno dalla scomparsa - alla memoria di Giorgio Balmas, fondatore dell’associazione nel 1946 e inventore del festival nel 1978. Pollini aveva scelto Chopin e Debussy, due giganti della letteratura pianistica, offrendo un’interpretazione superlativa di qualche pagina famosa, ma senza vietarsi l’arrocco consueto; nell’occasione, fra le asperità di alcuni sceltissimi Etudes. Nella liturgia del concerto una nota stonata c’era, e non proveniva dall’artista, ma dal pubblico. Nelle file migliori, paracadutatovi da chissà quale bizzarria della sorte, in un parterre affollato da intenditori di musica, persone importanti con l’abito buono, signore eleganti avvolte dalle fragranze più ricercate c’era un clochard. Un uomo di circa quarant’anni, grassoccio, vestito con un camicione di pile a quadrettoni e un paio di pantaloni di velluto marrone, una barba alla Musorgskij ritratto da Repin e due lenti spesse, oltre le quali s’intravedeva uno sguardo spento. Se la platea fosse stata una scacchiera e io un cavallo, avrei potuto mangiarmelo con una mossa sola. Lo avrei fatto subito, immolandomi per un’unica ma decisiva ragione: perché credo che l’acqua avesse smesso di accarezzare il suo corpo al tempo in cui le Twin Towers si ergevano con tutta la loro fierezza. Emanava, a ondate tanto improvvise quanto irreprimibili, un tanfo di sudore insopportabile. Mai ho desiderato come quella sera che il concerto finisse in fretta, perché il Lingotto era gremito al limite della capienza e trovare posto altrove era impossibile, né dal mio auspicio riusciva a distogliermi un Pollini in letterale stato di grazia. Me lo sono portato fino a casa, quel puzzo di sudore, e solo uno spaghetto aglio e olio in grado di stendere un reggimento è riuscito, ben oltre la mezzanotte, a far riemergere dalla mia mente il ricordo delle pagine di Chopin e Debussy, dal primo Preludio all’ultimo Etude.

Il mattino dopo, ascoltando la radio ho appreso del rogo della Thyssen. Quando la sera, al telegiornale, ho visto le interviste ai sopravvissuti, la prima cosa che mi ha colpito è stata la proprietà di linguaggio con cui essi si esprimevano. Lì mi si è chiuso il cerchio; lì ho capito il significato delle zaffate di sudore che fendevano a tradimento l’aria dell’ex fabbrica divenuta auditorium: il livello d’istruzione medio di quelli che erano con me ad ascoltare Chopin nella penombra della "sala presse" non era diversissimo da quello di chi, fra i bagliori dell’acciaieria, si era frattanto preso addosso una sventagliata di olio bollente. Detto più banalmente, quella sera al Lingotto ad ascoltare Pollini avrebbe potuto esserci uno di quelli che erano alla Thyssen, e a lavorare alla Thyssen avrei potuto esserci io, o uno di quelli che in queste ore rischiano il posto nella nostra compagnia di bandiera. Se quella sera io mi trovavo al Lingotto e la hostess Alitalia dispensava sorrisi ai passeggeri della business class, mentre un gruppo di nostri coetanei con un diploma superiore in tasca si arrostiva nella fabbrica dei tedeschi, il merito va anche alle istituzioni che hanno consentito, a me e a lei, d’inventarci un mestiere un po’ diverso. Limitando l’esemplificazione al mio caso, una buona università pubblica e un’efficiente biblioteca civica: istituzioni che, assistiti da un po’ di fortuna, avrebbero potuto frequentare con profitto anche alcuni fra quelli che lavorano oggi nelle varie Thyssen d’Italia. Il proletariato non è scomparso, ha solo cambiato volto: rispetto a una volta sa produrre meno prole, ma molte e migliori parole, e grazie ed esse, concepire progetti e coltivare ambizioni; e per questo motivo non costituisce più una classe omogenea ma un soggetto tentacolare e sfuggente.

Se Pollini tornasse a suonare nelle fabbriche, magari portandoci Chopin o Debussy, ad ascoltarlo troverebbe un pubblico meno sprovveduto di quello a cui proponeva a suo tempo le lacerazioni delle avanguardie; ma non lo farà mai, e con tutte le ragioni di questo mondo. Così come La fabbrica dei tedeschi finirà nelle scuole, stimolando nei ragazzi la riflessione, e magari la passione civile e politica, senza pretendere di fare di nessuno né il nuovo Calopresti né il nuovo Di Vittorio, nelle scuole devono finire Chopin e Debussy; stimolando nei ragazzi la riflessione, e magari la passione per l’arte, senza pretendere di fare di nessuno il nuovo Pollini o il nuovo Mila.

Sedicente capitale della musica, Torino s’è dotata nella scorsa primavera di una Fondazione preposta alle attività ad essa collegate. Coordinare l’offerta di concerti e di eventi culturali che coinvolgono la musica è solo uno degli obiettivi che essa deve perseguire; l’altro, a mio avviso indispensabile, è suscitare la passione, soprattutto in coloro che non possono contare su un’istruzione musicale di base. Lasciando alle varie istituzioni scolastiche il compito d’istruire i rispettivi studenti, per meritare appieno il titolo che le viene attribuito nel panorama culturale italiano Torino deve esperire strategie volte a suscitare la passione per la musica; per la musica in quanto fine, e per la musica in quanto mezzo, ossia in quanto chiave in grado di aprire a tutti porte oltre le quali si schiudono scenari nuovi e non di rado seducenti.

Alberto Rizzuti

martedì 22 aprile 2008

Concerto Lingotto della Russian National Orchestra: una recensione

All'angolo del gatto Murr approda la recensione della seconda parte del concerto tenutosi martedì scorso al Lingotto (Russian National Orchestra, Mikhail Pletnev direttore, Gidon Kremer violino: Sibelius Pelléas et Mélisande, Suite per orchestra op. 46; Concerto in re minore per violino e orchestra op. 47; Beethoven Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 Pastorale). Siete invitati confrontare le vostre impressioni con quelle del recensore!

E' la Sesta sinfonia di Beethoven quella diretta martedì 15 aprile da Mikhail Pletnev con la Russia National Orchestra all'auditorium del Lingotto. O forse sarebbe meglio dire reinterpretata in maniera piuttosto personale dallo stesso direttore, sia per le indicazioni agogiche inusuali sia per la conseguente struttura ritmico-armonica che ne è scaturita.

Fin da subito infatti ci si è resi conto dell'andamento atipico. L'inizio dell'esposizione del primo tema, volutamente lento per poi accelerare in maniera quasi spropositata per tutta la durata del movimento (nonché dell'intera sinfonia), non rende giustizia alla scrittura musicale. Un allegro ma non troppo si trasforma in un presto; alcune disarmonie tra gli archi provocano delle aritmie, benché il suono agile e pulito degli orchestrali sia privo di sbavature. Una velocità dunque fin troppo eccessiva: viene a mancare la caratteristica principale della dilatazione ritmica e della cantabilità melodica. L'entrata in scena dell'usignolo appare in ritardo, quasi che fosse arrivato lì per caso. Rispetto al precedente turbinare del movimento, la triade canterina dei volatili sfilaccia il discorso musicale.

Nella "Scena al ruscello" il dialogo tra i legni e gli archi dà luogo ad una contrapposizione imprecisa e tra i violini stessi risalta un gioco di domanda e di risposta che sembra aver poco del fraseggio beethoveniano. La tempesta: par di notare echi verdiani in agguato e anche un'immagine drammaturgica fin troppo eloquente e retorica (quei timpani dal suono tanto teatrale!), un crescendo (fin troppo) che sminuisce sempre più l'attesa del momento culminante, che dopo il fragoroso frastuono della tempesta appare privo di quella meraviglia che dovrebbe suscitare all'ascolto, poco incisivo e svuotato dalla precedente enfasi. Ponte tra il quarto e il quinto tempo: quelle note così lunghe provocano un senso di disagio, quasi di fastidio e l'arrivo subito dopo del canto pastorale non consola, non allieta l'animo ma anzi lo irrigidisce, procura ad esso un senso di smarrimento e di superficialità.
Roberto Casella

lunedì 31 marzo 2008

... da mille comignoli Buenos Aires

Numerosi caffé popolavano le strade di Parigi a inizio Ottocento: il Tortoni era solo uno tra i tanti. Nel 1858 Monsieur Touan, proprietario del locale, decise di trasferirlo a Buenos Aires per cercare miglior sorte. Dall’altro lato dell’oceano il caffé si trasformò ben presto in ritrovo di intellettuali ed artisti, e oggi esso è uno dei simboli della città.

Nello stesso anno in cui Touan traslocava in Argentina, a Lucca nasceva Giacomo Puccini. Per ricordare questi due 150° anniversari, al Teatro Avenida (che si trova a pochi metri dal caffé) è stato messo in scena un allestimento particolare di La bohéme: la scena è stata portata dalla Parigi del 1830, alla Buenos Aires del 1917/18.

Il regista Eduardo Casullo ha spiegato la sua scelta al giornalista di La Razón in questo modo:

“C’è un fatto fondamentale che mi spinse a fare questa traslazione di luogo e di tempo, che ha a che fare con la potenza del gruppo bohemién di Buenos Aires di quegli anni. (...) C’è una vita bohemién fatta di insonni, di utopia; una attività incredibile che aveva luogo a Buenos Aires e che coincide con i caratteri che Puccini definisce per i personaggi della bohéme parigina. La data del 1918 è stata scelta perché coincide con la notte di Natale del 1917 e l’inverno del 1918, momento in cui ci fu la grande nevicata che è utile all’azione del terzo atto (n.d.t. A Buenos Aires non nevica mai, si ricordano come eventi eccezionali le nevicate del 1918 e del 2007). Questa è un’epoca in cui il cambio temporale non crea conflitti con quanto esposto nel libretto; cioè, esistevano ancora la tubercolosi e gli stessi criteri sociali e bohemién. Ho cercato un punto in cui riuscissimo a rispettare ciò che Puccini espone e anche questo omaggio alla nostra classe intellettuale.

Attraverso questo gioco di traslazioni la mansarda di Marcello e di Rodolfo si sposta al quartiere della Boca (dove al tempo risiedevano gli immigrati genovesi e gli artisti di scarse risorse, e oggi si trova lo stadio della squadra omonima), il caffé Momus è rinominato Tortoni (anche nella traduzione proiettata a teatro!), e la Barriére d’Enfers è ricollocata tra le strade La Rioja e Cochabamba, dove si trovavano le officine Vasena. Tra i cambiamenti non sfugge qualche contraddizione di indole meteorologica: è inconcepibile un Natale freddo a Buenos Aires, e risulta un po’ ridicolo che i personaggi cerchino disperatamente di accendere una stufa quando la temperatura media a dicembre si aggira sui trenta gradi. In ogni caso, già all’epoca di Puccini, Giacosa aveva espresso qualche perplessità sulla percezione del freddo che hanno i bohemién: come mai si sentono intirizziti dentro la mansarda e poco dopo scelgono un tavolo all’aperto per cenare da Momùs?

Se il caffé Tortoni è una sorta di omaggio agli artisti argentini, anche l’ambientazione dell’atto III è simbolica. Nel gennaio 1919 le officine Vasena furono palcoscenico dei gravissimi fatti della “Settimana tragica” (uno sciopero di operai che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti fu spento nel sangue): attraverso la scelta del posto si combinano “la tragedia personale dei bohemién con i fatti del 6 gennaio successivo” (tratto dall’intervista realizzata a Casullo dal giornale Clarìn).

Questa rilettura non è solo un gioco di prestigio, ma anche un segnale di attenzione verso il presente: basta pensare al modo in cui il governo argentino ha affrontato lo sciopero degli agricoltori e degli allevatori negli ultimi giorni, oppure all’indifferenza di buona parte della classe politica verso la cultura e la storia della città. Questa Bohéme porteňa suscita, allo stesso tempo, la malinconia della gioventù che si dilegua e la nostalgia per la città che un giorno fu la Parigi del Sud America.

Liana Püschel

lunedì 25 febbraio 2008

Sulla prova generale di Salome al Regio...


Inauguriamo una rubrica in cui ci si può togliere il sassolino dalla scarpa a proposito di concerti, opere etc...


L'angolo del gatto Murr è uno spazio di promozione della discussione e della critica costruttiva!

Sabato sera ho visto al Regio la prova generale di Salome.
Il regista Robert Carsen parte bene, facendo di Salome un'adolescente dark che odia gli amici del padre e sa di avere in mano il capo carceriere Narraboth. Dopo avergli estorto a suon di moine l'assenso alla temporanea uscita dalla cisterna del profeta Jochanaan, intesse con lui il famoso dialogo tra sordi. Bravi i due interpreti e brava l'orchestra, tenuta a freno da Noseda che smentisce così la sua fama di fracassone.

Primo problema: perché, anziché uscire dalla cisterna, Jochanaan appare - sul suono dei corni - da uno sfondo dune-del-deserto-tipo-pubblicità-Francorosso, il quale si schiude alla vista dello spettatore grazie all'apertura della parete di cassette di sicurezza del caveau in cui il Tetrarca terrebbe stipate le sue ricchezze? E, detto tra parentesi, che senso ha custodire Jochanaan nella cisterna di un caveau? E poi, Erode e consorte erano dei gaudenti, degli scialacquatori: lì, fino alla pioggia d'oro (citazione colta di Carsen, che suggerisce il titolo della Liebe der Danae, tarda opera straussiana di cui alla relazione di Giangiorgio Satragni) che arriva quando Salome sta per formulare la sua richiesta, sembra di stare in un sotterraneo freddo in cui l'unico metallo è l'acciaio delle cassette di sicurezza.

Andiamo avanti. Narraboth si pugnala, abbastanza all'improvviso, quando vede Salome far la corte a Jochanaan. E vabbè, poveretto. Jochanaan torna in qualche modo nella cisterna e Salome vede attraverso gli schermi della parete di sinistra i genitori che straviziano coi loro amici al piano di sopra. Non male, come idea, non fosse che l'impatto visivo è molto ridotto. Un po' di opulenza, in questi casi, è davvero necessaria.

Tutta l'estraneità di Salome ai baccanali di Erode ed Erodiade viene però smentita quando entra in scena quest'ultima. Si veda con quanta poca convizione dice a Salome di non danzare e quanto gode quando, dopo la danza (oddio, danza... cfr sotto), Salome chiede la testa di Jochanaan. L'estraneità è invece assoluta fra Erodiade ed Erode: lei sembra Trudi, la moglie di Gambadilegno, e lui sembra un pappone anni cinquanta, smilzo e laido da far schifo. E questi sono - più o meno - i genitori. Veniamo agli amici. Dopo averceli nascosti per le prime due scene, Carsen si scatena: frequentatori di tabarin e drag queen, in un tripudio di soldataglia romana che va e viene, cameriere vispeterese abbigliate all'egizia e guardie giurate dalle divise un po' nazi (non tanto, ma un po' sì).

La danza dei sette veli non è una danza. Non so se il problema fosse l'interprete: la cantante è notevole, non so se proprio non sappia ballare. Sta di fatto che non balla. Fa un po' ridere che, quando il patrigno le chiede di ballare, l'adolescente dark sparisca per un paio di minuti e torni indietro tappata da sciantosa, con tanto di parrucca rossiccia che scaraventa a terra sullo zan-zan-bum finale della danza.
Dunque Salome non danza, ma si contorce malamente mentre intorno a lei i sette amici màscoli del padre si calano prima le sciarpe e poi le braghe in una scena di una goffaggine tale da prenotare l'estromissione anche dalla versione definitiva di Moana e i sette mandinghi. Meno male che ci sono le cameriere egizie (complimenti alla commissione casting) che, privatesi del top nella circostanza, camminano portando in giro vassoi pieni di bicchieri con un portamento di un'eleganza invidiabile.

Domanda: cosa ci fanno, tutti insieme, questo personaggi, dalle egizie ai romani, alle guardie giurate filonazi, alle madame gaddiane stravaccate su sedie barocche, ai travestiti che strambinano sui tacchi in un tripudio di bicchieri (vuoti) stile art-déco? E perché un uomo come Erode dovrebbe concedere alla figliastra di cui voleva spiare le curve la testa del profeta (la cui morte teme come null'altro al mondo) dopo che questa, anziché mostrargli le sue grazie, ha fatto sì che Erode
potesse rimirare i pingoni sguainati di sette suoi - di lui - coetanei?

Capolavoro finale. La scena di Salome con la testa del Battista DEVE essere un confronto drammatico fra lei e lui, fra la vita e la morte, fra il vizio e la virtù, fra il presente in cui sguazza Salome e tutta la razza sua e l'ipertempo in cui vive il profeta; in una parola, dev'essere il corrispondente del dialogo fra sordi dell'inizio. Devono essere loro due SOLI. Nulla di tutto ciò, Carsen satura la scena riesponendo la corte dei miracoli che banchetta chez Hérode. La testa
non arriva su un vassoio d'argento, come chiesto da Salome in quello straordinario momento in cui lei aspetta a formulare la richiesta, intrattenendosi sul supporto destinato ad accogliere l'oggetto; no,
arriva portata in mano da una delle baldraccone amiche del patrigno, che gliela mostra inseguendola con tutto il codazzo dei suoi amici. La testa cambia di mano un paio di volte, mentre Salome dice che intende baciarla etc etc, ma si tiene a distanza di dieci metri da essa. Prima di consegnargliela, come si fa con un osso spolpato a un cane randagio, gli amici di Erode la adoperano per uno scambio ludico, probabile omaggio all'odierna moda mediatica del rugby e del curling, poi - senza
motivo - si ritraggono in disparte e la lasciano finalmente baloccarsi.
La tensione della scena è azzerata, viene solo da ridere. E se una scena come quella fa ridere, vuol dire che la regia è da buttare.

Non è finita, perché dopo non aver mostrato il vassoio, Carsen fa altrettanto con gli scudi che dovrebbero schiacciare Salome. Lei s'incammina portando in cima alle mani tese la testa di Jochanaan: il caveau si schiude di nuovo sulle dune rosse, e lei sembra procedere verso la terra da cui veniva il Battista (pentita? illuminata? chissà); poi la parete si richiude e l'ordine di Erode, "Uccidete quella donna" diviene ambiguo: gli amici (non i soldati, se ricordo bene, ma confesso
che stavo ridendo) sembrano intenzionati a far la pelle non a lei ma ad a Erodiade, che li esorcizza col suo sguardo carico d'odio nel momento in cui cala la tela. Complicità madre - figlia? Mah, la dark teen dell'inizio mi pareva orientata diversamente.

Andate numerosi a vedere l'opera, che musicalmente vale davvero la pena, e fateci sapere cosa pensate della regia!


Me l'ha detto l'uccellino...

E... per sentir due campane si può anche leggere la recensione di Giorgio Pestelli, La Stampa, 28/02/2008.
 
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