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lunedì 5 marzo 2012

Caro Poseidone... Isotta.

Lo scrittore Olandese Cees Nooteboom è da tempo segnalato come possibile vincitore del Premio Nobel per la Letteratura: in una pagina del suo ultimo libro Lettere a Poseidone (comparirà nel corso di quest’anno sugli scaffali delle librerie olandesi e tedesche, e forse anche spagnole e francesi) mescola il suono degli ottoni wagneriani alle argentee foglie degli ulivi. Vi propongo questa lettera musicale per scoprire il suo modo di ascoltare Tristano e Isotta.

BAYREUTH
Accade ogni estate, con la stessa certezza di Wimbledon o il Tour de France. Improvvisamente penetrano nel mio giardino mediterraneo suoni tedeschi. Suoni ancora incerti, che non sanno se saranno i benvenuti. Metalli, voci alte e dure, suonando il timpano. Come se canticchiassero tutto. Sento come tutto nel mio giardino diventa allerta, sulla difensiva. Le palme, l’ibisco, i cactus, il papiro, piante che non resisteranno alle fredde brume del nord. Ma la musica non ha compassione, gode del suo potere. Ascolto i toni sostenuti tedeschi, i suoni militari del coro, quell’altra lingua che taglia l’aria, i corni da caccia, il crescendo di una grande orchestra, il tradimento di Tristano che consegnerà Isotta al suo re, la furia di lei, il grido di quella pena che travestita da canto corre accanto al plumbago, attraversa a tutta velocità la buganvillea come una tempesta imprevista, lasciando sul pavimento macchie violacee. E io lì in mezzo, spiazzato, un giardiniere nordico sotto gli ulivi, catturato dalla contraddizione della mia vita.
(Frammento pubblicato in spagnolo sul giornale «La Nacion» del 10/02/2012)

sabato 27 marzo 2010

Fisime di un editore

In occasione del premio “Ancora aldina”, conferito alla casa editrice Olschki dall'Università Cattolica di Milano il 13 novembre 2008, Alessandro Olschki ha affrontato con un originale intervento  (l'arguto titolo è infatti Fisime sul libro e l'editoria) alcuni nervi scoperti del mondo editoriale. Dalle norme editoriali alla rivoluzione informatica, passando per la crociata contro la d eufonica all'invenzione degli AA. VV. ,il testo è un piccolo, ma necessario, stimolo al pensiero critico.

lunedì 19 ottobre 2009

Dove l'ho già sentito? Caccia alla Fuga

Il Doppelgänger [doppio] ha lasciato in ognuno di noi impressioni che varrebbe la pena d'inviare via mail all'indirizzo giovedimusicali@gmail.com

La Caccia alla Fuga è la prima seduta intensiva d'allenamento per il vostro orecchio: i dettagli.

Chi vuole raccogliere la sfida può farlo a partire da una domanda che sorge spesso spontanea ascoltando un pezzo di musica: "Dove l'ho già sentito"?

Non tutto il Doppelgänger che è un unicum, ma le quattro note che lo inaugurano, quel disegno curvilineo che ricorre tante volte nel Lied.
Schubert ha preso quell'incipit dall'unica opera di Bach che circolava normalmente a stampa nella Vienna degli Anni Venti dell'Ottocento:

Il Clavicembalo ben temperato
, una collezione di 2 libri formati da 24 bivalvi ciascuno (come una conchiglia è composta da 2 parti, così questi Preludii e Fughe procedono "in coppia"), 24 Preludii e 24 Fughe in tutte le tonalità, maggiori e minori.

CACCIA ALLA FUGA

la domanda:


da dove ha attinto Schubert le 4 note iniziali del Doppelgänger?

e ora gli indizi:

1) il fatto che il Doppelgänger sia radicato in una tonalità minore (inimmaginabile, un pezzo protoespressionista in una luminosa tonalità maggiore, no?) consente di escludere la metà delle Fughe, che da 24 diventano 12.

2) il fatto che si tratti di un incipit concentrerà la vostra attenzione sull'INIZIO delle Fughe, che si ascolta molto bene perché le fughe cominciano statutariamente con una voce sola.

3) un altro piccolo aiuto: dalle 12 Fughe in minore, scartate le due in La e in Si minore, ovvero nelle tonalità del Doppelgänger in versione per Baritono (quella eseguita ieri, in La minore) e per Tenore (quella il cui spartito veniva proiettato sullo schermo); ovvero, non cercate corrispondenze confrontando lo spartito di Schubert con quello di Bach, ma lavorate esercitando l'orecchio!

4) infine: il Clavicembalo ben temperato organizza Preludii e Fughe in modo sistematico:
N. 1 = DO maggiore; N. 2 = DO minore; N. 3 = DO diesis maggiore; N. 4 = DO diesis minore, e così via, fino a N. 24 = SI minore (ma questa escludetela, per la ragione esposta al punto ).

Il primo libro del Clavicembalo ben temperato si può ascoltarlo in vari modi (si può avere in prestito il CD all'audioteca del VI piano, facendosi prima autorizzare da un docente di musica per il prestito, oppure prenderlo alla Biblioteca "Della Corte"); in questi giorni è uscita, tra l'altro, un'incisione di Maurizio Pollini.

Qui gli spartiti:


Tutto il Clavicembalo ben temperato si può ascoltare (suonato da Glenn Gould) su Youtube


Avete 1 possibilità su 10:
Buona caccia alla Fuga!

mercoledì 22 luglio 2009

Chi ha paura di applaudire?

A riconferma del fatto che l'articolo di Emanuel Ax sul Boston Globe non cessa di far discutere (i Musicanti ne hanno parlato qui e anche qui) o forse a dimostrazione che i giornali continuano a stare sulla notizia finché funziona, ecco che oggi a firma di Matteo Persivale, sul Corriere è rispuntato l'argomento degli applausi nella musica classica...

Quella paura di applaudire i grandi della musica classica

Io e Annie, film da Oscar di Woody Allen, avrebbe dovuto inizialmente essere intitolato Anhedonia: dal greco, l'afflizione psicologica che impedisce di provare piacere per le cose belle. Fortunatamente Allen cambiò idea, optando per il titolo diventato subito famoso nel mondo. Ma a soffrire di anhedonia, secondo il direttore d'orchestra americano John Axelrod, direttore musicale della Orchestre National des Pays de la Loire, ex direttore dell' Opera di Lucerna, ex bambino prodigio del piano e allievo prediletto di Leonard Bernstein (ha diretto alla Scala il Candide), è la nostra cultura musicale - o almeno parte di essa. Diffidente verso i grandi, almeno finché sono viventi. Forse, semplicemente, timorosa di applaudire. Come all'opera, dove battere le mani dopo un'aria è visto da alcuni come un crimine (nelle opere «a numeri», cioè con arie che si alternano a recitativi secchi, era invece la prassi). Il direttore Esa-Pekka Salonen ha spiegato che le sinfonie di Mozart erano ai quei tempi «un'esperienza viscerale», in sale piccole, paragonando lo choc provocato dalla sinfonia «Haffner» all'effetto che oggi ci fanno i Metallica.

Continua su archiviostorico.corriere.it

Ma lo choc suscitato dai Metallica è davvero paragonabile - mutatis mutandis - a quello provocato da Mozart?

lunedì 15 giugno 2009

L'ascoltatore statico


Di seguito proponiamo un brano tratto dal capitolo dedicato alla staticità in Massa e potere (1960) di Elias Canetti.
Giustifica
"Ciò che conta più di tutto nei concerti è l'assenza di ogni disturbo. Ogni movimento è escluso, ogni rumore biasimato. Mentre la musica, che viene eseguita, vive per buona parte del proprio ritmo, non si deve avvertire nulla del suo effetto ritmico sugli uditori. Le reazioni affettive suscitate dalla musica in uno scambio continuo, sono del tipo più vario e intenso. Si esclude che esse non vengano precepite simultaneamnete da tutti. Vengono però a mancare le reazioni esterne. Gli uomini rimangono seduti immobili, come se riuscissero a non serntire nulla. Evidentemente, in tal caso, è stata necessaria una lunga educazione artistica alla staticità, educazione i cui risultati ci sono divenuti abituali. Osservando con spregiudicatezza nella nostra vita culturale ci sono pochi eventi così stupefacenti come il pubblico dei concerti. Gli uomini che subiscono la musica in modo naturale si comportano ben diversamente."
[Elias Canetti, Massa e potere, trad. di F. Jesi, Milano, Bompiani 1989, p. 44]


giovedì 11 giugno 2009

Referendum


Per andare all'opera, ormai non ci si abbiglia più come una volta... Qualche nostalgico potrebbe rimpiangere i tempi in cui non si poteva entrare in sala con la felpa e i jeans, e qualche progressista potrebbe rivendicare il valore delle nuove democratiche abitudini.
Se oggi ci si veste come capita, un tempo la discussione sull'abbigliamento da teatro poteva persino raggiungere le pagine dei giornali. Precisamente tra il maggio e il giugno del 1906 il giornale francese l'Écho de Paris organizzò un "referendum sur la question des chapeaux de théâtre". Il problema era di grande importanza. All'epoca le signore usavano costosi e complicati cappelli: un vero trionfo di piume, velluti e fiocchi. Copricapi così ricchi esigevano dimensioni considerevoli e, soprattutto, non potevano essere tolti con disinvoltura per poi essere rimessi: essi facevano tutt'uno con l'acconciatura.
Il problema di questi "grands chapeaux" era che ostacolavano la visuale agli spettatori. Il teatro infatti non era solo un luogo per vedere, ma soprattutto per essere visti e quindi un cappello importante poteva garantire l'attenzione.
Al cosiddetto "referendum" parteciparono migliaia di lettori e i risultati, riportati da vari giornali, furono i seguenti:
50319 voti per la soppressione completa dei cappelli
51767 voti per il "petit chapeau de théâtre"
1656 per lo statu quo
Considerati i risultati, alcuni direttori di teatro come Albert Carré (Opéra Comique) resero obbligatorio l'uso del "petit chapeau" all'inizio solo per le prime recite, in seguito per tutta la stagione.
Questo referendum forse non concerneva solo la moda, ma era un segno della progressiva trasformazione della sala da concerto da luogo di ritrovo sociale a luogo dedicato prevalentemente al godimento artistico. Una radicale conseguenza di questa conversione è probabilmente l'abitudine attuale di applaudire solo alla conclusione di un pezzo e di zittire chi si entusiasma tra un movimento e l'altro o alla conclusione di un'aria (argomento di cui questo blog si è più volte occupato).
LP


domenica 10 maggio 2009

Applausi e "prove aperte"

Durante una delle Prove aperte dell’Orchestra Rai c’è stato il simpatico intervento del primo violoncello dell’orchestra, il M° Massimo Macrì, che ha "raccontato" il suo strumento agli studenti invitati a una delle prove del concerto (chiuse al "normale" pubblico) che si svolgono la mattina.

In modo molto informale ha detto loro, senza tanti giri di parole, qualcosa che forse non si aspettavano: fatevi sentire, applaudite, mostrate il vostro assenso o dissenso! Noi musicisti abbiamo bisogno di “sentire” che ci siete in sala, che ci state seguendo, che fate il tifo per noi, che vi piace (o non vi piace) quello che ascoltate.

Mi è tornato in mente quando ho letto sul Corriere la dichiarazione di Jarrett, che chiama in causa (anche) un articolo di cui abbiamo scritto su questo blog:

«Il mio pubblico ideale è 'succoso'. Ha ragione Emma­nuel Ax, altro grande pianista classico, quando dice che il pubblico della clas­sica è troppo silenzioso. Sono più ordi­nati, ma non migliori del pubblico jazz. Non ho un pubblico ideale, ma in Giappone c’è rispetto e partecipazione sincera. Tre mesi fa a New York, alla Carnegie Hall, silenzio totale nei pianis­simo, fruscii e colpi di tosse e altri 'se­gni di vita' quando le dinamiche diven­tavano più intense, era come respirare all’unisono».

Invece alla fine della prova aperta riservata alle scuole selezionate (c’era in programma la Suite provençale di Milhaud, il Concierto in modo galante per violoncello e orchestra di Rodrigo, e la “Pastorale” di Beethoven), dopo che il M° Macrì ha rotto il ghiaccio, un pubblico forse un po’ meno intimorito è scoppiato in un applauso caloroso come non avevo mai sentito prima. Mi piace condividere qui la gioia esplosiva di quei ragazzi.

Benedetta Saglietti

sabato 28 febbraio 2009

Applaudire o non applaudire? Questo è il problema!

Di recente il pianista Emanuel Ax ha dato il via (da ascoltatore) sul Boston Globe a una crociata per "cominciare ad applaudire quando si vuole". L'articolo s'intitola: "Fare un rumore gioioso", riferendosi al fatto che le regole della pacifica convivenza in una sala da concerto dove si suona musica "eurocolta", "classica" o "forte" (secondo la dizione di Quirino Principe) prescrivono di non appplaudire fra un movimento e l'altro di una composizione.

La presa di posizione di Ax dalle colonne del Boston mi ha colpito in modo particolare, visto che provo quasi ogni giovedì mattina, insieme a Marida Rizzuti, a spiegare ai ragazzi delle scuole selezionate che vengono a trovare l'Orchestra della Rai durante le "prove aperte" quando "dovrebbero" - o quando "bisogna" - e quando "non dovrebbero" applaudire.
Gli studenti talvolta sgranano gli occhi sembrano perplessi...

Ecco Marida "all'opera" con i ragazzi dell'Istituto Comprensivo di Boves (CN)...


(foto tratta dal sito dell'istituto)


Senza condividere in toto la posizione di Ax, che mi sembra anche provocatoria, credo che abbiano in parte ragione questi ragazzi. C'è l'etichetta, d'accordo, e ci sono delle norme di comportamento: ma tutti sappiamo che alcune di queste imposizioni sono cadute in disuso.

Per esempio, il cosiddetto dress code, è ormai quasi completamente fuori combattimento. A quale concerto non si vedono ragazzi in jeans? Condivisibile o meno che sia l'usanza, soltanto 40 anni fa sarebbe stato impensabile!

La proposta di Ax è semplice: "dare il benvenuto all'applauso ogni volta che viene spontaneo" perché "sembra di esser costretti da qualche arcano obbligo a tacere, anche quando applaudire è ok". E' stato chiesto al pianista quale secondo lui sia l'origine di tale divieto: "ho chiesto ai più eminenti musicologi, ma nessuno di loro capisce chi sia il responsabile".

André Previn, direttore d'orchestra, aggiunge: "l'applauso può infastidirmi se stride col carattere del pezzo. Se applaudi dopo un lungo adagio di Bruckner, ti troverai in un grosso guaio. Ma se mi chiedete se applaudire tra un movimento e l'altro, come direttore, mi irrita, allora la risposta è: no!".

Di norma l'applauso è consentito all'opera dopo un'aria importante, e anche nel jazz gli ascoltatori di solito applaudono liberamente dopo un grande riff.  Mentre per quel che riguarda la musica sinfonica o da camera si attende che il comportamento del direttore d'orchestra o gli strumentisti dica inequivocabilmente (con il silenzio, o nel caso del direttore quando le sue braccia si sono fermate) che il brano è finito.

"Questo fa parte del rituale della musica, non della musica stessa - dice Ax - credo che non ci sia una 'regola' per quando applaudire, se siamo nel pubblico quasi sempre sappiamo quando è il momento giusto". Conclude quindi Ax: "I veterani delle sale da concerto osserveranno il rigoroso silenzio al quale sono abituati, ma è ora che comincino ad abituarsi a tollerare quelli cui l'applauso sorge dal cuore dopo un movimento".

Se le riflessioni di Ax o il post non hanno soddisfatto la vostra curiosità: la discussione è continua anche qui ().
La migliore, e più esilarante, lettura da farsi in proposito è, senza ombra di dubbio, l'articolo "Let's Ban Applause!" scritto da Glenn Gould nel 1962, contenuto nella miscellanea di scritti "The Glenn Gould Reader".


Benedetta Saglietti

domenica 9 novembre 2008

Galateo musicale & dress code

[...] Vorrei sommessamente, e in ispecie dopo un giro estivo in vari Festivals, suggerire le minime regole di galateo per il mondo musicale. Quasi trent'anni di trottoir («V'è la risorsa, poi, del mestiere», dice Figaro) mi autorizzano.
[...]

2 - Alla fine di ogni recita operistica è invalsa l'abitudine, come si dice in gergo, di «fare quadro». Il sipario si rialza su tutti gli interpreti dell'ultima scena, resuscitati gli eventuali morti. Poi, tutti, compresi gli assenti all'ultima scena, al secondo levarsi della tela si presentano uno alla volta, in ordine inverso rispetto all'importanza del ruolo. Le masse restano in fondo. Così tutti i cantanti applaudono, a uno a uno, l'orchestra ed il coro; e ne sono applauditi. Il direttore d'orchestra, di solito costretto alla gentil finzione d' esser trascinato, recalcitrante, dalla Prima Donna, applaude l'orchestra, il coro e i singoli cantanti. Regista, bozzettista, figurinista, con eventuali assistenti, datore luci (oggi definito «light designer» [...]), maestro del coro, ci sottopongono anch'essi all'estenuante messinscena. E' ridicolo oltre che falso, ben noti essendo i sentimenti reciproci da ciascuno nutriti. Gli applausi sono di pertinenza solo del pubblico. Men che meno il direttore applauda dal podio un cantante dopo una Romanza: appare ruffiano o autoincensatore, in quanto responsabile supremo. Peggio: non invii baci al pubblico, consentiti solo ai cantanti in circostanze eccezionali. E' tradizione che, rarissimamente, l'orchestra, invitata dal direttore ad alzarsi in piedi per condividere il successo, si rifiuti, con ciò rendendo omaggio al capo ed eventualmente battendo gli strumentisti d'arco questo sul leggìo. Proprio l'eccezionalità di siffatta manifestazione di rispetto deve impedire l'applauso orchestrale come inflazionata abitudine. Del pari, inversamente: se i sorrisi a sessantaquattro denti dei maestri concertatori fanno piangere, non è augurale taluna maschera facciale da «lutto strettissimo» (Martoglio) indossata a inizio di stagione e mai più deposta.

3 - Si ribadisce ad nauseam che il pubblico ha il diritto di dichiarare, anche col fischio, di non aver gradito la prestazione degli interpreti. Ma ha il dovere di rispettarli nello sforzo comunque terribile che essi compiono. Intonare, pronunciare, fraseggiare, respirare, deglutire, recitare, sotto i riflettori, spesso non riuscendo essi ad ascoltarsi a vicenda né ad ascoltare l' orchestra: situazione da acustica della Scala. I fischi durante la recita sono quanto di meno sportivo, di più sleale possa concepirsi: giacché, vogliano o non vogliano, hanno il risultato obiettivo d' in flui re sulla prestazione stessa, peggiorandone il risultato.

4 - Il buon direttore d'orchestra non consente che il cantante esegua bis, pur se sollecitato da «dolce violenza» da parte del pubblico. Gli specialisti in «dolce violenza» sono isterici o famigliari, in senso lato, dell'interprete stesso. Ma il buon direttore deve «sentire» la sala. Un capo-claque che si rispetti, e all'epoca di Berlioz anche la jeteuse de bouquets, deve conoscere la partitura quanto il direttore: è valido anche il reciproco. Non soffochi, il direttore, l'applauso spontaneamente sorto dopo la Cavatina dando rabbioso attacco all'orchestra per il collegamento colla Cabaletta: ma non resti imbambolato o servile ad attendere applausi dopo la Cavatina che in diversa circostanza non giungeranno.

5 - Il tema dell'abbigliamento e, più in generale, dell'aspetto esterno, ch'è un messaggio, degl'interpreti, in particolare dei direttori d'orchestra, basterebbe per un libro. Qui lo sfioriamo appena. Il senso dell' opportunità, che le nostre nonne chiamavano dell'à propos, della dignità (son maintien) essendosi del tutto perduto, non esistono più punti di riferimento obbiettivamente validi. A un'esecuzione della solennissima e funerea Messa in Fa minore di Bruckner ci toccò vedere le soliste di canto indossanti gonne con spacco fino all'inguine, trucco, con rispetto parlando, da travestiti di circonvallazione esterna; e da queste partiva un olezzo marzolino di deodorante ascellare che, invadendo la sala, induceva all'ammirazione per il celebre maestro a pochi centimetri eroicamente sul ponte di comando. Naturalmente del direttore cale assai di più. Un tempo, il frac era un abito di società; oggi dovrebb'esserlo ancora per rispetto alla musica e all'occasione festiva («festa» ha un'etimologia religiosa, come tutti sanno) del concerto o della rappresentazione. Lo portano come un costume teatrale, da pagliaccio. [...] La rinuncia al frac per certi melancolici completi di «Tasmania» a tre quarti, o sette ottavi (nulla a che vedere col Valzer della Patetica, ch'è in cinque quarti), è rimedio peggiore del male.

I capelli siano l'ultimo punto dedicato ai direttori d'orchestra. Per molti di loro sono strumento professionale: ciò basta a qualificarli come Dulcamara. E' incredibile il numero di maestri che, della più varia origine sociale, si tagliano i capelli come i protagonisti dei serials americani, laccati e permanentati, o come gli armanizzati «coatti» dei ghetti-periferia. Con ciò ribadiscono il messaggio: «rappresento in luogo di essere». [...]

Paolo Isotta

Corriere della Sera, p. 31, 29 agosto 2001

Leggi anche: Lissner e il dress code (Opera Chic)

venerdì 27 giugno 2008

Dialoghi Mahleriani

In genere si pensa che a scrivere di musica siano musicologi, storici della musica o musicisti stessi particolarmente versati nella stesura di testi esplicativi o di apparati filologici; e in genere si pensa che durante un concerto le uniche persone a scrivere siano i critici musicali.
[...] Chi scrive davvero è il resto del pubblico, l'ascoltatore semplice, l'abbonato. Non che tutti estraggano la penna dal taschino o dalla borsetta e si mettano a scrivere sul programma come a una lezione: i casi sono limitati, quasi occulti, ma concentrano manifestazioni di grafomania esagitata.

Il punto, tuttavia, è questo: scrivono di musica? Magari, o per fortuna no. Ascoltano la musica? Forse. Però l'impressione è che tali soggetti facciano tutt'altro. Quanto abbiamo compianto i poveri ingressisti che all'Auditorium, già a luci spente, venivano regolarmente fatti sloggiare dai titolari di tre posti della fila avanti la nostra, sempre ritardatari, i quali per tutto il concerto vergavano e vergavano e si scambiavano fogli (in quinta fila centrale, non in balconata). Che c'era sopra? Disegni, scarabocchi: doveva essere un vertice serale di architetti, cui la musica però non favoriva molto la creatività, visto che i progetti istoriati sui programmi restavano a fine serata abbandonati lì, ad uso dell'impresa di pulizie.

Per carità, il numero di chi scrive a concerto resta inferiore a chi legge. E per fortuna: visto che a volte si spende qualche soldino per stampare un testo, è bene che questo sia letto. Il problema è che si legge altro. Il signore della fila dietro arrivava sempre munito di un noto quotidiano, di un celebre settimanale, a volte anche di un romanzo. A parte alcune varianti di rumorosità nel voltare le pagine (frusciante il giornale, felpato il romanzo) il risultato non cambiava: un anticipo del riposo notturno, e se stava esibendosi un quartetto d'archi, capitava che s'inserisse un contrabbasso non previsto dalla partitura. E cosa dire del signore che, al Conservatorio, leggeva il supplemento economico del quotidiano parigino del pomeriggio? E delle signore che si beavano di romanzi rosa, chiudendoli per gli applausi ma riaprendoli tosto al languoroso bis di Chopin?

Quasi nulla rispetto a un programma che ci è venuto per caso in mano, abbandonato su una poltrona del Lingotto dopo una sera in cui era stata eseguita la Quarta Sinfonia di Mahler. Irresistibile spaccato di ciò che qualcuno fa durante un concerto, è un documento insostituibile per fondare una fenomenologia del pubblico, che evidentemente coltiva le proprie relazioni usando come veicolo i libretti di sala. Si dà qui trascrizione fedele ma non integrale del dialogo (alcune cose sono irriferibili), riservandoci i necessari commenti. "X è in aspettativa o per tutelare tutte e due le cose? - Tempo parziale, immagino".
Già, il concerto serve per capire trame nascoste di colleghi o per parlare segretamente di personaggi noti in città; infatti la musica di Mahler è ben conosciuta, perché l'indicazione dell'ultimo movimento (La vita celestiale) è cerchiata e reca l'annotazione: "Y dice che solo questo è cantato", dove certamente Y - un probabile terzo vicino di posto - avrà in precedenza letto tutti i volumi di Henry Louis de La Grange. Al che, uno o una dei nostri dialoganti, nel timore di subire il suono di una voce umana, predispone la tattica di un generale di corpo d'armata: "Quando entra la cantante ci sarà una pausa lunga. Ce ne possiamo andare".

Ah, fatale errore strategico! La pausa non ci fu affatto, perché la cantante entrò sul finale del terzo movimento e il quarto venne attaccato senza soluzione di continuità. Premesso che perdendosi la cantante non avrebbero, in questo caso, perso nulla, occorreva trovare una maniera di difesa. Ed eccola qui, accanto alla traduzione italiana del testo cantato: l'organizzazione della cena del venerdì o sabato sera. "Forse non facciamo nessun castagnaccio!". Che peccato, era proprio stagione, e poi è così buono. "Ho in freezer della frutta cotta elegante". Un po' snobbettina, in verità. "Aggiungo prugne cotte, mandorle, con savoiardi, e va bene così!". Senza dubbio magnifico, una vera leccornia. Ma perché la prossima volta non arriva a concerto con un tiramisù bell'e pronto? Potrebbe offrirne anche alla cantante: tanto è lì solo per passare il tempo, o no?

Giangiorgio Satragni


Liberamente tratto da Sistema Musica giugno-luglio 2001


Questo è anche il nostro primo esperimento di post grafico!

sabato 26 aprile 2008

Musica per fare l'amore

L’ascolto tabù e... gli amori di Brahms

Estratto della relazione presentata dall’autore alla conferenza internazionale sull’ascolto “disattento”. Il testo completo, insieme ad altri saggi e ad articoli recenti, uscirà entro la fine dell’anno nel volume L’ascolto tabù, edito da Arcana.

Ci sono migliaia di lavoratori intellettuali che ascoltano la radio mentre lavorano. Notizie, commenti e discussioni, e musica: classica, jazz, world music, canzone d’autore, rock e pop. Questa pratica è considerata comune da chiunque. Però, quando mi capita di discutere l’uso della musica da parte dei giovani, e specialmente in ambiti accademici, se l’argomento è la popular music o il paesaggio sonoro (o “l’inquinamento musicale”), le prime cose che sento dire dagli altri partecipanti (che farei fatica a distinguere dalla folla di quei “lavoratori intellettuali che ascoltano la radio”) sono di questo tenore: «Sentono musica mentre studiano o fanno i compiti!», «Siete mai stati in quei negozi che frequentano? Con quel volume assordante?» «Escono, si mettono la cuffia, e vanno in giro, e prendono il tram ascoltando musica». Poveri adolescenti devastati!
Quello che mi affascina di più, però, è il modo in cui l’“attenzione” diventa il nucleo teorico di queste affermazioni. Forse perché è così difficile ottenere attenzione dagli adolescenti, da parte degli adulti. Quindi il problema è l’attenzione, ed è anche un problema musicale.
La musica è arte in quanto vi si presta attenzione, e il luogo canonico di questo comportamento adeguato è la sala da concerto. Adorno incombe. Di conseguenza, qualunque comportamento diverso da quello non merita neppure di essere discusso, se non per consegnarlo alla spazzatura della cattiva musica e dell’inquinamento musicale. È un tabù. In queste occasioni molte volte mi sarebbe piaciuto discutere di un altro tabù, che non è mai stato sospettato (davvero?) da questi “genitori musicologici”: il fatto che così tante persone, dall’adolescenza a un’età più che adulta (includendo i figli di quei genitori e – chissà? – i genitori stessi), ascoltano musica mentre fanno l’amore, durante rapporti sessuali.
Non so se esistano teorie o ricerche specifiche sull’argomento ma sono sicuro che esistono teorie “folk”. Mi ricordo di aver sentito più volte giudizi su album particolarmente adeguati allo scopo (sembra che The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd sia uno dei preferiti), e mi incuriosiscono i rapporti fra le implicazioni musicologiche e sessuologiche della durata di un album: forse il rock psichedelico e il progressive (con i loro pezzi o le suite che duravano un’intera facciata) erano amati proprio per questo? Cosa vuol dire “davvero” long playing? Le cassette (con l’autoreverse) hanno avuto successo per lo stesso motivo? […]
Di nuovo, dal sottofondo dei nostri pensieri, emerge la questione dell’attenzione. Che tipo di attenzione è, in questo caso? Ho sentito di musicisti (o, comunque, persone “musicali”) che potevano “farlo” con certi generi musicali, ma non con altri: ho trovato interessante che fra questi ultimi, insieme a esempi che avrei certamente potuto prevedere (come il Trio per archi di Webern, di adorniana memoria), alcuni includessero “tutta la musica di Bach”, aggiungendo che in quel caso la logica rigorosa dello sviluppo contrappuntistico era così avvincente da impedire di interessarsi ad altro.
Apparentemente, una testimonianza a favore della tesi che la musica esige un ascolto adeguato, quindi una conferma delle teorie di Adorno e un invito a evitare gli ascoltatori strutturali come partner sessuali. O, forse, una prova della validità della tipologia di Besseler, col sottinteso che in certe circostanze l’ascolto passivo (tipico della musica romantica) è più adatto del verknüpfendes Hören. O (chi può dirlo?) il suggerimento che per questo tipo di musica di sottofondo l’ascoltatore occidentale fa riferimento a un’enciclopedia semantica basata sui cliché della musica da film; e viene da domandarsi se una scena d’amore accompagnata dal Trio di Webern o da un canone delle Variazioni Goldberg in un film di grande successo potrebbe improvvisamente causare un cambiamento nelle preferenze del pubblico degli ascoltatori/amanti.
Franco Fabbri



I Sestetti per archi e gli amori di Brahms

[...] parliamo di un vecchio film di Louis Malle intitolato Les amants. La pellicola ha giusto cinquant’anni e racconta la storia d’amore di una ricca borghese, Jeanne Moreau, sconvolta dall’incontro con un giovane incontrato per caso durante un viaggio. Secondo Paolo Mereghetti il film rivisto oggi non è un granché, tuttavia Truffaut sosteneva che Malle avesse osato mostrare «la prima notte d’amore al cinema». Bisognerebbe chiedere a qualche esperto se Truffaut avesse ragione o meno, ma almeno un’altra dote capitale il film ce l’ha senz’altro. L’autore infatti ha indiscutibilmente scelto la musica migliore per esprimere l’ondata di sentimenti vissuti dalla protagonista nel corso della lunga scena d’amore al chiar di luna: il Tema con variazioni (Andante ma moderato) del Sestetto in si bemolle op. 18 di Johannes Brahms.
Sembra curioso che il musicista forse più condannato a reprimere i propri impulsi sentimentali abbia saputo invece, nella sua musica, esprimere il subbuglio interiore del suo cuore in forme imbevute di spirito classico, senza però congelare le emozioni in schemi rigidi e privi di vita. I due Sestetti per archi, che risalgono agli anni Sessanta e precedono i grandi lavori per orchestra, costituiscono forse i primi esempi di quel processo di rinnovamento della musica da camera che Brahms porterà avanti con successo nelle opere della maturità, trasformando il linguaggio di un genere ormai languente in un accademismo vuoto e retorico.
Malle comunque aveva visto giusto, scegliendo il Sestetto in si bemolle, perché la nuova maniera di sentire la musica di questa coppia di lavori dipendeva in qualche misura dal desiderio di esprimere un fondo di turbamenti erotici e sentimentali depositato nel fondo dell’anima del compositore tedesco. Non era tuttavia il primo quello più direttamente coinvolto negli amori del musicista, bensì il secondo, in sol maggiore. Il fervente tema secondario del movimento iniziale, infatti, è costituito da una serie di suoni che nella notazione tedesca formano la parola A-G-A-H-E, un riferimento nemmeno troppo nascosto al nome di Agathe von Siebold, il primo grande amore di Brahms.
Oreste Bossini

liberamente tratto da www.sistemamusica.it
 
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