martedì 5 maggio 2009

Niente diretta TV dei Berliner diretti da Muti: un autogol della Rai

La Rai ha messo a segno un bel colpo da maestro. Antefatto: Riccardo Muti è tornato sul podio dei Berliner Philharmoniker dopo 17 anni e per di più a Napoli la mattina del 1° maggio, è il Concerto per l'Europa che l'orchestra tedesca tiene ogni anno in una città del continente e che la televisione tedesca rimanda in diretta ai quattro angoli del mondo. E la tv italiana che fa? Non lo trasmette. Un clamoroso autogol che si ritorce contro il nostro Paese.
L'evento era di portata notevole, servito su un piatto d'argento colmo di significati. Stimato da Karajan, Muti aveva dopo la sua morte sempre declinato gli inviti dei berlinesi, devoto alla Scala. Ora, superato il divorzio, ha liberato tempo e date, al punto da poter accettare la direzione della Chicago Symphony Orchestra e altri inviti. Ecco allora di nuovo il podio dei Berliner, ma prima a Napoli e poi alla Philharmonie della capitale tedesca. Un ritrovarsi insieme di portata notevole, perché l'orchestra, fortemente ringiovanita, ha scoperto in Muti non quel direttore autoritario che alcuni ritengono, ma un musicista con cui dialogare e costruire un'interpretazione. Bastava guardare, durante la Sinfonia "Grande" di Schubert, quei sorrisi d'intesa fra professori allo stesso leggio: i berlinesi, consci del fatto loro fino ad essere un po' superbi, se li scambiano solo quando c'è l'intesa perfetta col podio. E con Muti hanno scoperto un modo più dolce di suonare Schubert, non prussiano, ma con innesti di stile viennese e cantabilità italiana.

Giangiorgio Satragni

Fonte: La Stampa, p. 32, domenica 3 maggio 2009

lunedì 4 maggio 2009

Abbado e il Requiem di Mozart al Lingotto a Torino (recensione)

Felicissimo ritorno al Lingotto di Claudio Abbado alla testa della Mahler Chamber Orchestra e del Coro della Radio Svedese, più un quartetto vocale di fuoriclasse; un nome solo in programma, Mozart, ma spostando l'obbiettivo fra un'opera ultracelebre come il Requiem in re minore e altre assai meno note, ma non meno significative, contenute nell'immane catalogo. Apertura in punta di piedi con il «Laudate Dominum» dai Vespri solenni K839, pagina di celestiale delicatezza con cui il pubblico ha fatto la conoscenza del soprano Rachel Harnisch: voce non voluminosa ma di stile impeccabile, con una qualità strumentale particolarmente adatta alla liricità distesa, ma tutta intima, di quel brano. Rose e fiori, comunque, rispetto alle arditezze con Magnifici il Coro della Radio Svedese e l'«abbadiana» Mahler Chamber Orchestra con finezze quasi da camera cui ha dovuto misurarsi in «Vorrei spiegarvi, oh Dio», l'aria che Mozart scrisse per un'opera di Pasquale Anfossi, pensando alla voce di una sua antica fiamma, Aloysia Lange: qui l'intensità espressiva e i rischi di voli acrobatici nel registro sovracuto che la Harnisch ha superato con qualche difficoltà, ma senza mai venire meno a una morbidezza canora della più alta classe; sopra tutto ammirevole, nella sezione lenta, il dialogo con l'oboe (altro autentico asso) sul tappeto steso dai lievi pizzicati della magnifica orchestra.
Del Requiem, ascoltato subito dopo senza intervallo, la prima impressione ricevuta è che il nostro direttore riesca a far scomparire quei dislivelli, quelle cuciture col filo bianco, che persistono in una composizione lasciata incompiuta da Mozart e integrata alla meglio dall'allievo Süssmayr, con indubbio senso pratico, ma ovviamente con polso altrimenti agile. Anche lavorando con i consigli e gli appunti dell'autore, le parti centrali della Messa nell'orchestrazione del revisore suonano atone e convenzionali, specie nel confronto ravvicinato con le parti autentiche. Se Abbado riesce a mascherare le disuguaglianze fin dove è possibile, è per la tensione ininterrotta, scabra, essenziale che ci versa dentro: niente lusso, niente vernice esteriore, tutto in una scala «da camera», in armonia con quella «concezione non monumentale» che giustamente Ernesto Napolitano individua nell'opera.
Straordinario dosatore di pesi e misure, Abbado perviene a una sonorità nuova e trasparente del Requiem mozartiano, dove anche l'incombere della tradizione, con tutte le convenzioni della musica sacra del tempo, viene alleggerito e sciolto in puri valori musicali. Il suo punto di partenza, a mio parere, sta in una attentissima lettura del testo e nella sua traduzione in un drammatico contrasto fra parti tenebrose e abbandoni di commovente umanità: lo splendido Coro svedese attacca «Rex tremendae majestatis», dove persino la vibrazione della «erre» diventa musica, con una violenza che sembra spalancare le fauci dell'Eternità; ma in un attimo il quadro terrificante si dissolve in .unatenerissima speranza di salvezza. Stessa vicenda nel «Confutatis maledictis»: ancora, nella veemenza del coro e nell'incitamento dei ritmi, masse che si urtano, precipitando nell'orrore e nello sgomento, e di nuovo la cappa si solleva nelle note smarrite di «Oro supplex»; un calando dove l'anima trova il suo angolo per mormorare la sua preghiera, lasciando dietro di sé come un senso d'incantesimo.
Risultati poetici ottenuti, oltre dalla bravura del coro istruito da Peter Dijkstra, per merito dei quattro solisti, la Harnisch già lodata, Sara Mingardo, Saimir Pirgu, Christof Fischesser: nessuno che «sforasse», come si dice in gergo, eppure capaci di mettere in evidenza qualunque sfumatura. Alla fine, si sa, Süssmayr riprende tale e quale la musica dell'inizio, e forse era difficile trovare un'altra soluzione. Come avrebbe finito Mozart, ne avesse avuto il tempo? Proprio ascoltando con quanta dolcezza Abbado toccasse la corda dell'umana consolazione, ci è venuta l'idea che forse avrebbe chiuso il suo Requiem in un tenue assopimento, lontano da fiamme rituali già conosciute da Bach in alcune Cantate, e dove l'avrebbero raggiunto Schubert, Schumann con il suo Requiem per Mignon e Brahms. Fantasticherie messe in moto da una esecuzione da ricordare e salutata da accoglienze trionfali.

Giorgio Pestelli

La Stampa, 30/04/2009, p. 48

leggi anche "punti di vista" (ancora sul Requiem)

sabato 2 maggio 2009

Seminario "metamorfosi del lumi"

La sede degli incontri è sempre a Palazzo Nuovo – 5° piano – Aula D alle ore 15
Ecco il calendario:

8 maggio – Marco Leo: Le Alpi nei libretti d’opera
– Marco Menin: La rappresentazione del paesaggio alpino da Rousseau tra estetica, morale e fisiologia.

12 giugno – Elisa Leonzio: Gartenkunst e Romantheorie nel tardo Settecento tedesco

venerdì 1 maggio 2009

In memoriam di Arrigo Quattrocchi

Pubblichiamo qui un estratto dell'articolo di Stefano Catucci apparso su Il Manifesto un articolo sulla recente scomparsa del critico musicale Arrigo Quattrocchi:

Una sola volta, anni fa, Arrigo Quattrocchi mi confessò quanto la sua visione del futuro fosse condizionata da un'aspettativa di vita limitata. La malattia che lo avrebbe costretto su una sedia a rotelle gli impediva di immaginare progetti a lunga scadenza, il problema essendo semmai come vivere senza limitarsi semplicemente a sopravvivere, trovando nel presente la consistenza che gli era impedito di proiettare nel tempo. Come sempre ne parlava in modo asciutto, costringendo il suo interlocutore a misurarsi con l'oggettività. Per le emozioni, le passioni, c'erano altri momenti e altri campi. C'era la musica, naturalmente, e c'erano gli amici, moltissimi. Verso la musica e l'amicizia manifestava la stessa generosità, poiché se il tempo dato aveva l'evanescenza del presente, bisognava concederglisi senza riserve, investendovi energie che apparivano talvolta sovrumane. La tecnologia era per lui un'opportunità di autonomia ma anche di impegno sociale. Sapeva che farne uso gli era prezioso, ma faceva in modo che le prove di forza quotidiane contro le angherie imposte ai disabili nel nostro paese acquistassero un rilievo pubblico, fossero non l'espressione di un caso singolo, ma di una vita esemplare, quella di un apripista per i diritti altrui.

Non era incline ai compromessi, né di fronte alla violazione di un diritto né di fronte alla musica. Bisognerebbe rileggere le sue recensioni per capire cos'è una critica musicale moderna, analitica e costruttiva: pochi e sobri gli aggettivi, cronaca ridotta al minimo, giudizi rivolti al merito del fatto musicale ed espressi con nettezza. La sua base era il rigore dell'informazione, la conoscenza diretta delle partiture, una memoria d'ascolto solidissima, la capacità di riconoscere sinteticamente il senso di un'interpretazione, di coglierla in relazione a una matrice culturale complessiva che non considera la musica un mondo separato. Di qui il fatto che scrivere di musica, per Arrigo Quattrocchi, aveva immediatamente un valore politico. Lavorare per «il manifesto» è stato per lui il modo migliore di mettere in evidenza questo legame. Non la politica dell'impegno o delle ideologie, ma la politica che riguarda il rapporto con la memoria e con il presente, il modo in cui anche l'esecuzione di un'opera di repertorio rivela un punto di vista sull'attualità. Giuseppe Sinopoli, al quale è stato legato da una breve ma intensissima amicizia, aveva voluto conoscerlo dopo avere constatato che era l'unico critico italiano da cui un artista avesse qualcosa da imparare. Altri non sanno ancora quanto la memoria del loro lavoro dovrà, in futuro, al modo in cui Arrigo ha saputo leggerlo.

Un tratto di leggerezza e di delicatezza gli era connaturato e si rivelava anche nei gusti musicali, che privilegiavano sopra ogni cosa il canto e il senso del gioco. Preferiva Händel a Bach, nella musica del quale diceva con sarcasmo di sentire lo stesso «puzzo d'organo e d'incenso» che lo teneva a distanza anche da Bruckner. Ha vissuto con entusiasmo l'epoca della  Rossini Renaissance, impegnandosi in studi molto minuziosi da cui sono nati saggi di precisione pari alla loro densità. Il tutto senza presunzione professorale, senza fare distinzione fra l'impegno profuso negli scritti d'accademia, nella preparazione di edizioni critiche e nei suoi molti testi di carattere divulgativo, dai programmi di sala di quasi tutti i maggiori teatri e festival italiani a un libro come La musica in cento parole (Carocci, 2003). La parola «divulgazione» suona in realtà stonata: Arrigo non ha mai amato «la concezione gerarchica e forse anche paternalistica» di quella forma di trasmissione del sapere che si muove dall'alto verso il basso, «dal sapiente all'ignaro», come scrive in Di una e molte divulgazioni, in  Parlare di musica (a cura di Susanna Pasticci, Meltemi 2007).
E tuttavia il bisogno della divulgazione, in un paese che relega la musica in un ruolo assai marginale, gli appariva così urgente da coinvolgerlo in un progetto sperimentale all'Auditorium di Roma da cui è nato un testo del tutto antiaccademico, Viaggio nella musica (Musica per Roma 2006).
Rivolgendosi a un pubblico di adolescenti, esclude subito un orientamento nozionistico e parte dall'analisi di una canzone di Sanremo per tessere un filo che riporti il presente alle più antiche questioni della forma e del rapporto fra testo e musica. Arrigo Quattrocchi rivendicava la cura della lingua come «elemento centrale» del compito divulgativo, ma sulla qualità del lavoro non faceva distinzioni: nell'edizione critica della Jérusalem di Verdi, da lui realizzata nel 1999, o in un programma di sala come quello che nei primi anni '90 dedicò alla cantata Giovanna d'Arco di Rossini, c'è la stessa esigenza di esattezza che permea il piccolo, prezioso lessico della Musica in cento parole.

Luca Ieracitano e Carlotta Conrado domenica al Circolo degli Ufficiali

Sono giovani, anzi, giovanissimi i due interpreti che animano l’ultimo concerto organizzato dalle associazioni femminili torinesi e dal Circolo degli Ufficiali di presidio: la grande sala di corso Vinzaglio 6 (a Torino) accoglie infatti alle 16 di domenica 3 il pianista Luca Ieracitano, che nella seconda parte del programma si affianca alla violinista Carlotta Conrado. Entrambi di scuola torinese - Ieracitano ha studiato con Maria Chianale e Carla Papini, perfezionandosi in seguito con insegnanti del calibro di Maria Tipo e Andrea Lucchesini grazie al sostegno dell'associazione De Sono; la Conrado, borsista De Sono anche lei, si è invece diplomata con Massimo Marin - hanno vinto una grande quantità di premi e hanno già avuto l’occasione di esibirsi per alcune delle massime associazioni concertistiche italiane. Per l’esibizione torinese, dopo lo Chopin proposto dal pianista nella prima parte, hanno scelto un classico della cameristica novecentesca come la Sonata per violino e pianoforte op. 80 di Sergej Prokofiev.

Fonte: Torinosette, Alfredo Ferrero, p. 23
 
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